Magnifica Humanitas, la magnifica umanità… creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Il 25 maggio, nell’Aula del Sinodo, accanto ai cardinali, in mezzo alle toghe nere, alle papaline rosse e porpora per la promulgazione dell’enciclica “Magnifica Humanita” c’era anche un ateo, Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca, quello che prova a guardare dentro i modelli di intelligenza artificiale per capire cosa accade davvero al loro interno. Christopher Olah era lì per chiedere aiuto alla Chiesa. Ogni laboratorio di frontiera, ha ammesso, lavora sotto pressioni che a volte entrano in conflitto con il fare la cosa giusta: la sostenibilità commerciale, la corsa per restare davanti agli altri, la geopolitica, e poi le spinte più antiche, l’orgoglio e l’ambizione. Per questo, ha detto, servono persone fuori da quegli schemi, che osservino con attenzione e siano disposte a dire verità scomode. Ha chiesto alla Chiesa di condividere l’enorme resposabilità che lo sviluppo dell’ai porta con sè, riconoscendo che le aziende private hanno bisogno di una coscienza critica che da sole non riescono ad avere.
Quel gesto, un tecnologo che chiede alla teologia di tenergli la mano sulla coscienza, anzi di prestargliene una, è la chiave per capire Magnifica Humanitas, l’enciclica che Papa Leone XIV ha firmato il 15 maggio e presentato dieci giorni dopo. Molte testate l’hanno ridotta a uno slogan: il Papa contro l’AI, oppure il Papa che benedice l’AI. Sono due letture facili e tutte e due sbagliate.
Christopher Olah alla promulgazione dell’enciclica Magnifica Humanitas
Dalle “cose nuove” alla magnifica umanità
Centotrentacinque anni fa, di fronte alla questione operaia, alla rivoluzione industriale Leone XIII intitolò la sua enciclica Rerum novarum, “delle cose nuove”. Partiva dalle cose, dallo sconvolgimento che stava sradicando famiglie e generando una nuova povertà. La scelta del nome non è casuale: Robert Prevost ha scelto di chiamarsi Leone XIV proprio per richiamare quel predecessore e quel metodo, leggere una trasformazione d’epoca alla luce del Vangelo e della dignità della persona.
Papa Leone XIV ha però cambiato prospettiva. Leone XIII mise al centro del titolo la novità che irrompeva; Leone XIV mette al centro il soggetto da custodire, non parte dalle macchine: parte dall’umano. Il sottotitolo lo spiega bene (bastava leggerlo): “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”, non “sull’intelligenza artificiale”. L’AI è l’ambiente, la stagione che attraversiamo, non l’oggetto della riflessione: l’oggetto siamo noi. Il cardinale Víctor Manuel Fernández lo ha rimarcato nella presentazione: “questa è una enciclica sociale che parla dell’uomo nel tempo dell’AI, non un trattato sulla tecnica”.
Lo aveva sottolineato anche il cardinale Pietro Parolin, aprendo i lavori: rispetto al 1891 c’è una novità di scenario, perché allora la Chiesa non sempre poteva sedersi al tavolo dei grandi attori economici e industriali, mentre oggi quel confronto è già avviato e coinvolge governi, università, imprese, centri di ricerca. La presenza di una voce come quella di Anthropic in quella sala è il segno di questa stagione nuova. Parolin ha indicato anche il nodo più profondo: riprendendo Romano Guardini, ha ricordato che la crescita del potere umano esige una corrispondente maturità nel governarlo, e che oggi la velocità con cui quel potere si accumula rischia di superare la capacità delle istituzioni, e perfino della coscienza, di orientarlo. Quell’asimmetria tra potenza tecnica e saggezza morale è la crepa che attraversa tutto il documento; è la stessa che a Digitalic chiamiamo, parlando di tecnologia, il discernimento morale che manca alla tecnologia.
Magnifica Humanitas: Babele o Gerusalemme
L’enciclica parla anche per immagini e ne sceglie due prese dalla bibbia e le mette a confronto, le contrappone come due futuri possibili.. Da un lato la torre di Babele, l’opera che voleva toccare il cielo, accumulare potere: un’unica lingua e un’unica tecnologia che, invece della comunione, scelgono l’omologazione e finiscono nella dispersione. Dall’altro Neemia che, davanti alle mura crollate di Gerusalemme, non impone soluzioni e convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro, ascolta le paure di tutti e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre.
Sotto questa coppia di immagini c’è Sant’Agostino, e non è un caso: Leone XIV è un agostiniano, e il capitolo che chiude la parte antropologica si intitola proprio “Due città e due amori”. È la grande intuizione del vescovo di Ippona, la città dell’uomo edificata sull’amore di sé fino al disprezzo di Dio e la città di Dio edificata sull’amore che si dona. La studiosa Anna Rowlands, nella sua relazione, ha riportato alla luce la nozione agostiniana di libido dominandi, la sete di dominio che il mondo loda come forza ma che è soltanto violenza mascherata. Chi è ricco di relazioni, ha osservato, sa dialogare e negoziare senza dominare. Tradotto nel nostro lessico: la scelta non è tra un sì e un no alla tecnologia, ma tra costruire l’ennesima Babele o rialzare le mura di una convivenza più giusta. L’intelligenza artificiale, dentro questa cornice, diventa “il cantiere del nostro tempo”, un luogo aperto, dove le scelte di ciascuno incidono sull’intero progetto, dove ognuno ha la sua responsabilità, il suo muro da costruire.
Il limite e la grazia: il cuore teologale del documento
Qui il testo raggiunge la sua profondità maggiore, ed è la parte che nessuna sintesi giornalistica può comprimere senza tradirla. Fernández si è concentrato sui paragrafi che ha definito “teologali”, quelli dedicati al limite e alla grazia, e ha smontato pezzo per pezzo la promessa implicita di certo transumanesimo: l’idea che, superata ogni fragilità, la vita diventi finalmente una sorta di paradiso. L’enciclica risponde con una tesi controintuitiva e bellissima: il limite non è sempre un difetto da correggere, è spesso il luogo in cui l’umano si dipana. “L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”, scrive Leone XIV. È nella nostra finitezza che trovano spazio la compassione, la generosità, l’inquietudine davanti al bisogno dell’altro.
Da qui l’affondo contro la mistica del potenziamento senza confini: per sopprimere del tutto il dolore, avverte il testo, bisognerebbe in fondo spegnere anche l’amore, perché chi ama soffre sempre. Il vero “oltre”, il vero “più che umano”, non porta il nome della tecnica, porta il nome della grazia. È la parola che Agostino ci ha insegnato ad assaporare, ed è il punto in cui il documento ribalta il vocabolario delle Big Tech: non saremo “salvati” dall’AI né dal transumanesimo, che generano nuove dipendenze, esclusioni e disuguaglianze travestendole da traguardi salvifici. Non è un caso che, quando una tecnologia impara a simulare le emozioni umane e a riempire ogni vuoto, l’enciclica chieda di riconoscere che il cuore dell’uomo resta più grande di qualsiasi prodotto.
Coscienza e la confessione di Christopher Olah
Il cardinale Michael Czerny ha letto il documento attraverso tre parole: ingegno, coscienza, cura. L’AI è uno dei grandi frutti dell’ingegno umano, dice, e in essa l’umanità intravede un riflesso di sé, la capacità di astrarre, apprendere, cercare ordine nella complessità. La parola centrale, però, è coscienza, e l’italiano qui custodisce un doppio senso prezioso che le altre lingue faticano ad esprimere se non con due parole differenti: consciousness e conscience. Czerny ha richiamato il Vaticano II: la coscienza è il nucleo più segreto dell’uomo, il luogo in cui risuona la voce di Dio. La domanda se si possa parlare di coscienza per i sistemi più avanzati, ha aggiunto, è seria e va studiata, ma è anzitutto filosofica, non solo tecnica, perché tocca l’esperienza, l’interiorità, la libertà.
A rendere questa passaggio concreto è stato proprio Olah, dall’altro lato del tavolo. Ha spiegato che i modelli non si progettano come un ponte o un aereo, di cui comprendiamo ogni parte: crescono su una struttura ispirata al cervello, nutriti dal linguaggio umano, e restano per molti versi misteriosi anche per chi li addestra. Poi ha ammesso: studiando la struttura interna dei modelli, il suo gruppo continua a trovare elementi inattese e a tratti inquietanti, strutture che rispecchiano le neuroscienze, indizi di introspezione, stati interni che dal punto di vista funzionale somigliano a gioia, soddisfazione, paura, dolore. Non so cosa significhi, ha detto, ma credo che richieda un discernimento continuo. La Chiesa e un esperto di AI che, da posizioni opposte, arrivano alla stessa parola, mistero, sono forse l’immagine più eloquente di questa giornata.
Il prezzo nascosto: i poveri, i minerali, la casa comune
La teologa Leo Lushombo ha portato l’enciclica sulla terra, letteralmente. Ogni risposta apparentemente immediata e perfetta, ha detto, è il risultato di una lunga catena fatta di risorse naturali, infrastrutture energetiche e, soprattutto, persone. Lushombo ha citato i minatori del Sud del mondo che estraggono cobalto, litio, terre rare per i chip che fanno girare i modelli, spesso per meno di due dollari al giorno; “lavoriamo sulle nostre tombe”, ha riferito le parole di un operaio congolese. Da qui la frase che Leone XIV mutua dalla denuncia di un colonialismo che cambia forma: oggi non domina più soltanto i corpi, si appropria dei dati, trasforma vite in informazione sfruttabile.
È il punto in cui Magnifica Humanitas si salda a Laudato si’ di Papa Francesco diventa anche una questione ecologica, perché i sistemi più avanzati esigono un’infrastruttura energetica vorace. La transizione digitale è anche una transizione ambientale, e il dibattito su quanta energia consuma davvero un singolo prompt o sull’opportunità da trenta miliardi dei data center in Italia smette di essere un tecnicismo da addetti ai lavori per diventare una materia di giustizia. Lushombo ha opposto a tutto questo la sapienza delle culture comunitarie, l’ubuntu africano, “sono perché appartengo”, come argine all’idea che si impari da una macchina anziché gli uni dagli altri. Lo stesso filo che Rowlands seguito denunciando una concentrazione inedita: i poteri di innovazione, un tempo in mano agli Stati, oggi si addensano in pochi attori privati ricchissimi, sottratti allo scrutinio del bene comune, con il rischio di apparire come un nuovo impero. Chi segue questa testata sa che è la stessa diagnosi della sovranità digitale dopo Schrems II e del potere infrastrutturale che decide chi comanda davvero.
Magnifica Humanitas: disarmare, poi costruire
Nel suo discorso, Leone XIV ha scelto un verbo che non appartiene al mondo tecnologico che ha fatto da titolo all’edizione dell’Osservatore Romano: l’intelligenza artificiale, ha detto, deve essere “disarmata”. Ricollegandosi direttamente all’’espressione “una pace disarmata e una pace disarmante” pronunciata da lui stesso nel suo primo saluto dalla Loggia di San Pietro, l’8 maggio 2025, dopo l’elezione. “Disarmata” è una parola dura, scelta appositamente per risvegliare le coscienze. C’è anche un riferimento al disarmo nucleare su cui la Chiesa lavora da decenni: anche l’AI va liberata dalle logiche che la trasformano in strumento di dominio ed esclusione, soprattutto là dove i sistemi d’arma diventano sempre più autonomi e dove algoritmi alimentati da dati errati possono negare a una persona cure o lavoro. Disarmare, però, non basta. Bisogna costruire, e il Papa lo lega a un ricordo personale, gli anni da missionario in Perù e le alluvioni del 2017, quando ha imparato che ricostruire non è sostituire ciò che è crollato, ma riparare legami, ripristinare fiducia, riaccendere speranza, e che nessuno ricostruisce da solo.
Qui torna Olah il co-fondatore di Anthropic: lo sviluppo dell’AI è concentrato in pochi Paesi ricchi, dice, e non abbiamo ancora un meccanismo per condividerne i benefici a livello globale. È un problema irrisolto, e la possibilità concreta che l’AI sostituisca il lavoro umano su larga scala rende il sostegno a chi resterà escluso un imperativo morale di proporzioni storiche. Non è teoria: lo raccontano i numeri della cosiddetta crescita “senza occupazione” e i licenziamenti di massa nel comparto tech che ridisegnano le aziende attorno all’automazione. Le altre due questioni poste da Olah sono: cosa significhi prosperare pienamente per un essere umano in un mondo pieno di modelli, una questione che tradizioni millenarie custodiscono meglio di qualsiasi laboratorio; e la natura stessa di questi sistemi, su cui invoca un discernimento permanente.
Il Magnificat, chiave di volta di Magnifica Humanitas
In Magnifica Humanitas la cosa più bella, è quella che spiega perché il documento si chiami così e perché si chiuda come si chiude. Magnifica Humanitas e il Magnificat di Maria condividono la stessa radice latina, magnificare, rendere grande. L’enciclica si chiude proprio con il cantico di Maria, l’inno in cui l’anima magnifica il Signore perché ha rovesciato i potenti e innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati. Non è un ornamento devozionale, è la chiave di volta dell’intera costruzione dell’enciclica.
Il titolo afferma che l’umanità è “magnifica” anche se ferita, capace di crudeltà eppure portatrice di una dignità infinita che nessuna macchina potrà sostituire. Il Magnificat dice dove si trova questa magnificenza: non nell’innalzarsi da sé, come la torre di Babele che vuole “farsi un nome”, ma nel lasciarsi innalzare. È l’esatto rovescio della mistica del potenziamento illimitato. Babele esalta i potenti e i performanti; Maria proclama che la grandezza appartiene agli umili, agli affamati, agli scartati, agli ultimi. Rowlands lo ha colto bene, definendo il cantico il grido più incarnato del Nuovo Testamento che riecheggia in un’epoca disincarnata, e leggendolo come la misura del bene comune: ascoltare prima di tutto la sofferenza, dare un volto e un nome ai più vulnerabili. Lo stesso Leone XIV, affidando l’opera a Maria, ha chiesto che il suo canto insegni a riconoscere la vera grandezza di ogni uomo e di ogni donna nell’amore.
C’è una coerenza ferrea tra la prima e l’ultima parola del documento. Inizia con l’umanità magnifica posta davanti a una scelta, innalzare una nuova Babele o edificare la città dove Dio e l’uomo abitano insieme; finisce con il canto di chi quella scelta l’ha già fatta, accettando di essere innalzata invece di pretendere di salire. Nel mezzo c’è l’intelligenza artificiale, il cantiere aperto del nostro tempo, che non ha una direzione scritta e che dipenderà, ancora una volta, da chi la pensa, la finanzia, la regola e la usa. La domanda che Fernández ha lasciato a ciascuno, alla fine della sua relazione, vale anche per chi costruisce e governa questa tecnologia, e suona più o meno così: a quale umanità vogliamo appartenere?
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