Kimi K3: il modello cinese che batte Claude e ChatGPT sul codice, a metà prezzo

Kimi K3: il modello cinese che batte Claude e ChatGPT sul codice, a metà prezzo

Il 16 luglio 2026 la cinese Moonshot AI ha rilasciato Kimi K3, un modello da 2,8 trilioni di parametri che ha preso il primo posto nella Frontend Code Arena, la classifica di Arena che ordina i modelli in base alle preferenze di sviluppatori reali su compiti di programmazione dell’interfaccia. Il modello ha totalizzato 1.679 punti, davanti a Claude Fable 5 (1.631), GPT-5.6 Sol (1.618) e Grok 4.5; la generazione precedente, Kimi K2.6, occupava la diciottesima posizione, quindi il salto è di diciassette posti in una sola release. Kimi K3 è arrivato primo in sei delle sette categorie misurate, cedendo il passo solo nel Gaming. I pesi completi, secondo l’azienda, saranno pubblicati entro il 27 luglio con una licenza MIT modificata.

Kimi K3: perché il prezzo pesa più della classifica

Per chi in azienda deve scegliere su quale modello costruire, il fattore decisivo è il prezzo, più ancora della posizione in graduatoria. Kimi K3 costa, secondo i listini pubblicati da Moonshot, 3 dollari per milione di token in ingresso e 15 in uscita, contro i 5 e 25 di Claude Opus 4.8 e i 5 e 30 di GPT-5.6 Sol. Quando un modello aperto vince sei categorie front-end su sette e costa circa la metà dei rivali chiusi, per molti team la decisione si sposta dal cercare il modello migliore in assoluto al cercare quello sufficiente al costo più basso.
La mossa non nasce dal nulla. Moonshot aveva già reso pubblici i pesi di Kimi K2.6 nell’aprile 2026; quel modello era arrivato a essere il secondo più usato su OpenRouter, l’aggregatore che smista le chiamate verso i diversi fornitori, mettendo un laboratorio nato da pochi anni davanti a gran parte dei concorrenti occidentali su una classifica d’uso reale. Kimi K3 estende la stessa strategia a un modello di fascia superiore, e arriva a ridosso della World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, con la rivale DeepSeek attesa a sua volta con un aggiornamento: due lanci cinesi ravvicinati nel giro di pochi giorni. Sul precedente di DeepSeek, che a inizio 2025 aveva spinto perfino Sam Altman ad ammettere che OpenAI andava ripensata sul fronte open source, vale la pena ricordare quanto in fretta un modello aperto e a basso costo possa spostare gli equilibri.

Che cosa significa davvero “aperto” 

Conviene distinguere ciò che l’azienda dichiara da ciò che il mercato può verificare. “Aperto”, qui, ha un significato preciso e limitato: aperti sono i pesi, cioè i parametri scaricabili e modificabili, non l’intero processo di addestramento né i dati usati per costruirlo. Fino alla pubblicazione effettiva prevista per il 27 luglio, Kimi K3 resta di fatto un modello ospitato con pesi annunciati ma non ancora disponibili, quindi senza valutazioni indipendenti di terze parti.
C’è poi la questione delle prestazioni oltre il front-end. Sull’indice generale di Artificial Analysis il modello si colloca intorno al quarto posto, non in testa; alcune analisi indipendenti hanno inoltre segnalato un tasso di allucinazione elevato che Moonshot non avrebbe incluso nei propri grafici. Quest’ultimo dato, al momento, è riportato da una sola fonte e non è confermato dall’azienda, quindi va trattato con cautela finché non arriva un riscontro indipendente.
Anche il costo va letto per intero. Un modello da 2,8 trilioni di parametri non gira in un armadio: l’architettura a esperti, che attiva solo 16 dei suoi 896 esperti per ogni token, tiene basso il costo di ogni singola chiamata, ma eseguirlo in casa resta realistico soltanto per chi dispone di hardware serio, quindi grandi team, fornitori cloud e aziende strutturate. Per tutti gli altri, aperto significa soprattutto poter scegliere chi ospita il modello, non necessariamente ospitarlo da soli.

La variabile di Kimi K3

Resta un nodo che nessun accordo commerciale elimina: Kimi K3 è un modello cinese, e i modelli sviluppati in Cina operano dentro un quadro normativo, a partire dagli obblighi di legge sul trattamento dei dati, diverso da quello europeo. Per un’impresa italiana la convenienza economica va messa accanto a questa variabile, esattamente come un modello ospitato negli Stati Uniti resta esposto a decisioni prese a Washington: lo si è visto quando l’amministrazione americana ha imposto ad Anthropic di sospendere i suoi modelli più potenti anche in Europa. Un modello cinese può sembrare una via d’uscita da quel tipo di dipendenza; apre però domande diverse, non necessariamente più semplici.

Le restrizioni statunitensi all’export dei chip più avanzati verso la Cina fanno da sfondo a tutta la vicenda: sono la ragione per cui Moonshot ha scelto un’architettura che consuma meno silicio a parità di parametri, e sono anche il motivo per cui attorno a questi lanci circolano accuse, per ora non verificate in modo indipendente, sulle modalità con cui il modello sarebbe stato addestrato e sull’origine dell’hardware impiegato. Vanno registrate per quello che sono, indizi di una tensione geopolitica reale, non come fatti accertati.
La prova vera arriva il 27 luglio

Per chi decide gli acquisti, la conseguenza pratica è che il criterio di scelta si allarga. Il prezzo per token è una sola voce; contano anche il tasso di errore sui casi d’uso concreti, la latenza, il costo dei tentativi ripetuti quando una risposta va rifatta, la provenienza e la governance dei dati. La verifica utile non è la classifica di lancio, che si muove in fretta ed è compilata a partire dai numeri del fornitore, ma un test su un insieme fisso di prompt aziendali, con un tetto di spesa e un controllo esplicito sul tasso di errore. La prova decisiva per Kimi K3 non arriverà dalla graduatoria del debutto ma dal 27 luglio, quando i pesi diventeranno scaricabili e chiunque potrà misurarli senza passare dai dati dichiarati dall’azienda. È lì che si capirà se l’apertura è una leva competitiva o soprattutto un argomento di comunicazione, e se la distanza fra i modelli aperti e i migliori modelli chiusi si sia davvero ridotta oppure solo su una manciata di compiti ben scelti. Per le imprese europee la partita non è schierarsi per l’aperto contro il chiuso, o per la Cina contro gli Stati Uniti: è capire, caso per caso, chi controlla i dati e l’infrastruttura su cui gira il modello che stanno per adottare.

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Google lancia Gemini 3.5 Flash Cyber: l’intelligenza artificiale che trova e corregge le vulnerabilità da sola

Google lancia Gemini 3.5 Flash Cyber: l’intelligenza artificiale che trova e corregge le vulnerabilità da sola

Arriva Gemini 3.5 Flash Cyber : il 21 luglio 2026, Google DeepMind ha annunciato tre nuovi modelli della famiglia Gemini Flash. Due di essi, Gemini 3.6 Flash e Gemini 3.5 Flash-Lite, rappresentano aggiornamenti tecnologici attesi: il primo migliora il ragionamento multi-step e il tool calling parallelo per i carichi di lavoro agentici, il secondo riduce latenza e costi per il deployment su dispositivi mobili e IoT. Il terzo, però, è diverso. Si chiama Gemini 3.5 Flash Cyber ed è il primo modello di intelligenza artificiale costruito da zero da un grande laboratorio di ricerca frontier esclusivamente per la cybersecurity.
L’annuncio è stato fatto da Tulsee Doshi, Senior Director of Product Management di Google, insieme a Raluca Ada Popa, professoressa di sicurezza informatica alla UC Berkeley e figura di riferimento nella ricerca sulla crittografia applicata. La presenza di Popa non è decorativa: indica che il modello è stato progettato con criteri di valutazione e allineamento specifici del dominio della sicurezza, non semplicemente adattando un modello generale con un sistema di prompt più sofisticato.

Cosa fa davvero Gemini 3.5 Flash Cyber

Il modello Gemini 3.5 Flash Cyber è addestrato su dataset curati che includono il National Vulnerability Database (NVD), il database CVE, ExploitDB, report di analisi malware, traffico di rete catturato, paper accademici dai principali convegni di sicurezza (IEEE S&P, CCS, USENIX Security), write-up di competizioni CTF e dati proprietari di Google come le ricerche di Project Zero, i dati di Google Safe Browsing e l’intelligence di VirusTotal.
Questa base di training si traduce in cinque capacità operative che vanno oltre quelle dei tool di sicurezza tradizionali:
Scoperta automatica delle vulnerabilità. Flash Cyber analizza codice sorgente, configurazioni e diagrammi architetturali per identificare falle potenziali. A differenza degli strumenti di static analysis, distingue tra una vulnerabilità teorica e una effettivamente sfruttabile nel contesto specifico di deployment. Rileva race condition nei flussi di autenticazione, debolezze crittografiche nell’implementazione, SQL injection che richiedono comprensione semantica del flusso applicativo, e logic flaws che strumenti convenzionali non vedono.
Analisi e prioritizzazione CVE. I team di sicurezza ricevono centinaia di avvisi CVE ogni settimana. Flash Cyber fornisce uno scoring di rilevanza specifico per lo stack tecnologico dell’organizzazione, valutando l’exploitabilità nell’ambiente reale, la disponibilità delle patch e l’impatto architetturale. Non si limita a ripetere il punteggio CVSS.
Classificazione malware e analisi comportamentale. Accetta report di analisi comportamentale, catture di traffico di rete (PCAP), output di disassembly e dump di memoria. Produce classificazione per famiglie, mappatura su tecniche e tattiche MITRE ATT&CK, estrazione di IoC in formato STIX e ricostruzione della timeline comportamentale.
Generazione di report di sicurezza. Dai dati grezzi – alert SIEM, log, ticket di incidente —-genera executive summary in linguaggio business, report tecnici forensi con catena di evidenza completa, e runbook di remediation con istruzioni passo-passo.
Integrazione con CodeMender. Quando Flash Cyber identifica una vulnerabilità, CodeMender può generare automaticamente una patch proposta, eseguire test automatizzati e presentare la correzione per la revisione umana. Si chiude così il loop dalla scoperta alla remediation.

Chi lo sta usando e come si accede a Gemini 3.5 Flash Cyber

Al momento, Gemini 3.5 Flash Cyber è disponibile in private beta esclusivamente attraverso Google Cloud Security Command Center (SCC). L’accesso è riservato a governi e partner fidati, con priorità per i clienti Google Cloud Security già esistenti e le organizzazioni con team di security operations documentati. Google non ha pubblicato i prezzi, ma il modello è posizionato come servizio enterprise con contatto diretto commerciale.
Questa scelta di distribuzione non è casuale. Il modello include guardrail contro l’uso offensivo: rifiuta di generare exploit weaponizzati, non fornisce istruzioni di attacco step-by-step per sistemi di produzione al di fuori di contesti di testing autorizzati, e declina attività che violerebbero le leggi sul computer fraud. La limitazione dell’accesso a entità verificate è parte di una strategia di governance che cerca di bilanciare la potenza dello strumento con il rischio di abuso.

Il contesto: perché Google punta sulla cybersecurity adesso

Il mercato globale della cybersecurity supera i 200 miliardi di dollari annui e cresce a doppia cifra. La domanda di professionisti qualificati supera l’offerta da anni: secondo le stime del settore, milioni di posti in security operations rimangono vacanti. Le aziende spendono sempre di più in tool, ma la complessità degli ambienti IT, cloud multi-provider, microservizi, supply chain software , rende la visibilità e la risposta sempre più difficili.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale è vista come una possibile risposta alla scarsità di competenze, ma con un problema fondamentale: i modelli generici non capiscono il dominio della sicurezza con la precisione necessaria. Un LLM come GPT-5.6 o Claude Sonnet 5 può spiegare cos’è una vulnerabilità, ma fatica a distinguere tra un falso positivo e una vera minaccia quando analizza codice reale in un contesto aziendale complesso.
Google non è il primo a provarci. Microsoft ha lanciato Security Copilot, costruito su GPT-5.6 con integrazione profonda nell’ecosistema Microsoft, a un prezzo di circa 4 dollari per utente all’ora. CrowdStrike offre Charlotte AI, Recorded Future ha integrato l’AI nella threat intelligence. Ma tutti questi strumenti sono prodotti costruiti sopra modelli generali. Flash Cyber è, almeno secondo l’annuncio di Google, un modello fondazionale costruito per il dominio.

L’analisi: cosa cambia per le aziende con Gemini 3.5 Flash Cyber

Per i chief information security officer (CISO) e i responsabili dei security operations center (SOC), l’arrivo di un modello specializzato come Flash Cyber solleva tre questioni pratiche.
La prima è la qualità del triage. Oggi, i SOC sono inondati di alert. La maggior parte sono falsi positivi o minacce di bassa priorità. Un analista umano impiega minuti o ore per valutare un singolo alert. Un modello che capisce il contesto tecnologico specifico dell’organizzazione può ridurre il tempo di triage e aumentare la precisione, permettendo agli analisti di concentrarsi sugli incidenti reali.
La seconda è l’integrazione nel ciclo di sviluppo. Flash Cyber può essere inserito nelle pipeline CI/CD per analizzare il codice prima del deployment. L’integrazione con CodeMender suggerisce che Google punta a rendere la sicurezza parte del processo di sviluppo, non un controllo a posteriori. Questo è coerente con l’evoluzione del DevSecOps, ma richiede che le aziende abbiano maturità nei processi di sviluppo e nella gestione delle patch.
La terza è la dipendenza dall’ecosistema Google. Flash Cyber funziona dentro Vertex AI e Cloud SCC. Se un’azienda usa AWS o Azure come cloud primario, l’adozione di Flash Cyber implica portare dati sensibili di sicurezza nell’infrastruttura Google o costruire integrazioni complesse. Microsoft Security Copilot ha lo stesso problema nel senso opposto: è più comodo per chi è già nell’ecosistema Microsoft. La scelta del cloud provider sta diventando anche una scelta di piattaforma di sicurezza AI.

Gemini 3.5 Flash Cyber: il confronto con la concorrenza

Microsoft Security Copilot resta il competitor più diretto. È un prodotto turnkey con forte integrazione in Microsoft 365 Defender, Sentinel e Intune. Per le organizzazioni già Microsoft-centriche, Copilot è probabilmente la scelta più naturale. Flash Cyber offre, secondo Google, maggiore flessibilità per ambienti multi-cloud o Google Cloud-native e un’analisi più accurata su stack non Microsoft.
Snyk AI e strumenti simili sono specializzati nella security del codice, ma non coprono l’analisi malware, la threat intelligence e la generazione di report operativi. CrowdStrike Charlotte AI è forte nell’endpoint detection ma più limitato nella discovery di vulnerabilità nel codice sorgente. Flash Cyber tenta di coprire tutto lo spettro: dal codice all’infrastruttura, dalla threat intelligence alla remediation.
Il prezzo è ancora sconosciuto, ma i costi dei modelli Google sono tradizionalmente più bassi di quelli OpenAI. Gemini 3.6 Flash costa 0,075 dollari per milione di token in input, contro i 0,15 di GPT-5.6 e Claude Sonnet 5. Se questa politica di pricing si applica anche a Flash Cyber, potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo significativo per le aziende che processano grandi volumi di dati di sicurezza.

Le conseguenze: verso una cybersecurity gestita dall’AI?

L’annuncio di Flash Cyber si inserisce in una tendenza più ampia: i grandi laboratori di AI stanno costruendo modelli verticalizzati. Google ha già modelli specializzati per la medicina e la scienza dei materiali. La cybersecurity è il prossimo dominio. Questo significa che l’era dei modelli generali che fanno tutto bene ma niente perfettamente potrebbe essere in fase di chiusura.
Per le aziende, la conseguenza immediata è che la scelta della piattaforma AI di sicurezza si legherà sempre più strettamente alla scelta del cloud provider e dell’ecosistema software. Questo crea vantaggi in termini di integrazione, ma anche rischi di lock-in. Se tutti i dati di vulnerabilità, le patch generate e le intelligence sulle minacce risiedono in un unico ecosistema, cambiare provider diventa costoso e complesso.
C’è anche una questione di governance. Se un modello AI decide quali vulnerabilità sono prioritarie e genera le patch, chi è responsabile se la patch introduce un nuovo bug? Se il modello manca una vulnerabilità zero-day, chi ne risponde? Queste domande non hanno ancora risposte giuridiche chiare. Flash Cyber, come gli altri strumenti AI di sicurezza, richiede supervisione umana. La differenza è che potrebbe ridurre il carico di lavoro umano sui compiti ripetitivi, liberando risorse per il giudizio critico.
Infine, c’è il problema della centralizzazione. Se pochi modelli AI — gestiti da Google, Microsoft e una manciata di altri attori — diventano il filtro attraverso cui tutte le organizzazioni vedono le minacce informatiche, il punto di vista di chi addestra il modello diventa il punto di vista del settore. Le vulnerabilità che il modello non riconosce, le minacce che non classifica, le priorità che assegna: tutto questo plasma la percezione del rischio a livello globale. Chi controlla il modello, controlla in parte cosa viene considerato una minaccia.

Cosa succede ora

Google ha annunciato anche Gemini 3.5 Pro per il terzo trimestre 2026 e Gemini 4 per il quarto trimestre. La famiglia Flash si sta articolando in una gamma sempre più differenziata, con modelli costruiti per compiti specifici piuttosto che per prestazioni generali. Flash Cyber è il segnale più forte che Google intende competere nella cybersecurity enterprise non solo con prodotti, ma con l’infrastruttura AI sottostante.
Per i decision maker B2B, la domanda non è più se adottare l’AI nella cybersecurity, ma quale ecosistema scegliere. La risposta dipenderà da dove risiedono già i dati, quali competenze interne esistono, e quanto un’organizzazione è disposta a delegare a un modello la valutazione del proprio rischio informatico. Gemini 3.5 Flash Cyber non risolve questa scelta, ma la rende più urgente.

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TD SYNNEX ora offre ai partner italiani le soluzioni di Data Resilience di Veeam

TD SYNNEX ora offre ai partner italiani le soluzioni di Data Resilience di Veeam

TD SYNNEX offrirà ai partner italiani le soluzioni Veeam per la data Resilience e servizi per gli ambienti Cloud e Hybrid, nell’ambito dell’ampliamento della partnership paneuropea tra le due aziende. L’annuncio segna l’estensione al mercato italiano di un accordo che punta a rendere più semplice, coerente e scalabile l’accesso alle tecnologie Veeam in Europa, rafforzando allo stesso tempo il ruolo del canale nella costruzione di strategie di resilienza digitale.
Il punto centrale non è soltanto la disponibilità di un nuovo portafoglio a listino. È il modo in cui quel portafoglio entra nel mercato: attraverso formazione, enablement, supporto tecnico e commerciale, competenze locali e percorsi strutturati per aiutare i partner a sviluppare practice dedicate alla protezione dei dati, al cyber recovery e al cloud.

“La partnership tra Veeam e TD SYNNEX rappresenta un’importante opportunità per il mercato italiano grazie alle forti sinergie con il portafoglio tecnologico esistente di TD SYNNEX, l’ampio ecosistema di partner ed i percorsi di formazione e aggiornamento professionale della TD SYNNEX Academy – ha dichiarato Alberto Valivano, High-Growth Technologies Director di TD SYNNEX Italy -. L’accordo ci permetterà di ampliare ulteriormente il supporto offerto ai partner, aiutandoli a sviluppare nuove competenze, a identificare opportunità di business ad alto valore e a proporre ai clienti soluzioni sempre più efficaci per affrontare le sfide legate alla data resilience, al cyber recovery e al cloud. Attraverso un approccio integrato che combina tecnologia, competenze e supporto commerciale, puntiamo a favorire la crescita dell’ecosistema italiano e ad accompagnare le aziende nel rafforzamento della propria resilienza digitale e della continuità operativa.”

Alberto Valivano, High-Growth Technologies Director di TD SYNNEX

“La collaborazione con TD SYNNEX rappresenta per Veeam un’azione strategica, sia in Italia sia a livello europeo – ha sottolineato Elena Bonvicino Sr. Manager of Channel, Veeam Software Italy – perché ci permette di portare al mercato non solo tecnologie leader per la data protection e la cyber resilience, ma anche competenze e copertura geografica sul territorio. Oggi i Var, i System Integrator ed i Cloud Provider hanno una grande opportunità: aiutare le aziende a proteggere, recuperare e valorizzare i propri dati in un contesto sempre più complesso, segnato da ransomware, cloud ibrido, compliance e AI. In questo scenario, affidarsi a un distributore come TD SYNNEX significa poter contare su un ecosistema solido, capace di supportare i partner nello sviluppo di nuove offerte, servizi gestiti e soluzioni ad alto valore basate sul portafoglio Veeam. La distribuzione svolge inoltre un ruolo importante nella formazione tecnica e commerciale e supporta i partner anche nell’interfacciarsi direttamente con i clienti finali. Insieme a TD SYNNEX vogliamo aiutare i partner italiani a cogliere le nuove opportunità legate alla cyber resilience, alla protezione dei dati nel cloud, ai servizi gestiti e all’AI & Data Intelligence, trasformando la fiducia nel dato in un vero motore per il business”.

Elena Bonvicino Sr. Manager of Channel, Veeam Software Italy

 

La data resilience non è più solo backup

Per anni la protezione del dato è stata raccontata soprattutto attraverso il backup. Era una parola rassicurante, quasi amministrativa: salvare una copia, conservarla, poterla recuperare quando qualcosa andava storto. Ma oggi questa definizione è diventata troppo stretta.

Le aziende non devono soltanto recuperare file persi. Devono continuare a lavorare dopo un attacco ransomware, garantire la disponibilità delle applicazioni, dimostrare conformità normativa, proteggere ambienti cloud, SaaS, Kubernetes, virtuali e fisici, e farlo in un contesto in cui i dati sono diventati la materia prima dell’intelligenza artificiale.
La data resilience nasce da qui: dalla consapevolezza che il dato non è un archivio fermo, ma una struttura vitale dell’impresa. Se il dato non è disponibile, affidabile, governato e recuperabile, l’azienda non rallenta soltanto. Si ferma. E quando si ferma, il danno non è più solo tecnico: diventa economico, reputazionale, operativo e, in alcuni settori, anche regolatorio.
Per questo l’accordo tra TD SYNNEX e Veeam arriva in un momento in cui il mercato italiano sta cambiando prospettiva. La protezione dei dati non è più una conversazione confinata ai responsabili infrastrutturali. Entra nelle decisioni del board, nei piani di continuità operativa, nelle strategie cloud, nei progetti AI e nei percorsi di adeguamento normativo.

Il ruolo del canale nella resilienza digitale

L’ampliamento della partnership tra TD SYNNEX e Veeam ha un significato particolare perché passa dal canale. Non si limita a rendere disponibili tecnologie, ma punta a costruire capacità diffuse nel mercato. I partner TD SYNNEX in Italia potranno accedere all’intero portafoglio Veeam, beneficiando di percorsi di onboarding, formazione tecnica e commerciale, attività di enablement e supporto locale. La TD SYNNEX Channel Academy diventa quindi uno degli elementi chiave dell’accordo, perché permette di trasformare una tecnologia in competenza vendibile, implementabile e scalabile.
È un passaggio importante. Nel mercato della cybersecurity e della resilienza, infatti, la differenza non la fa soltanto il prodotto, ma la capacità di progettare, integrare, spiegare e mantenere una soluzione nel tempo. Un partner che vende backup vende una tecnologia. Un partner che costruisce un sistema di Cyber Resilience entra invece nei processi critici del cliente, comprende le priorità operative, valuta i tempi di ripristino, misura il rischio, integra cloud e sicurezza, aiuta l’azienda a prepararsi prima che l’incidente accada.
In questo senso la partnership allargata tra TD SYNNEX e Veeam può creare un effetto moltiplicatore: non solo più accesso alle soluzioni, ma più partner in grado di proporle con una logica consulenziale e non semplicemente transazionale.

Daniele Curzi, Solution Architect è la figura chiave in TD SYNNEX che traduce le esigenze di business in strategie tecniche concrete, valorizzando tutto il potenziale di Veeam per garantire protezione dei dati, resilienza e crescita sostenibile.

Daniele Curzi, Solution Architect di TD SYNNEX Italia

 

Un go-to-market europeo più coerente

L’estensione dell’accordo rientra in una strategia paneuropea. TD SYNNEX supporterà Veeam con un modello di go-to-market più ampio e coerente in tutta Europa, con l’obiettivo di semplificare il coinvolgimento dei partner e migliorare l’accesso alle soluzioni di data resilience.

“L’espansione della nostra partnership con Veeam rafforza la nostra capacità di offrire ai partner in tutta Europa un modello di go-to-market coerente e scalabile”, ha dichiarato Jason Boxall, Senior Vice President Advanced Solutions di TD SYNNEX Europe. “Combinando le tecnologie leader di mercato di Veeam nell’ambito della data resilience con la nostra presenza paneuropea, le competenze locali e le capacità di enablement, supportiamo i partner nel rispondere alla crescente domanda di soluzioni per la Cyber Resilience (protezione dei dati, recovery e ripristino) nella Region.”

La parola chiave è coerenza. In un mercato europeo frammentato per normative, maturità digitale, infrastrutture e modelli di adozione cloud, avere un comune Distributore e Aggregatore di servizi, ma sostenuto da competenze locali può diventare un vantaggio competitivo. Perché permette ai vendor di scalare e ai partner di muoversi dentro una cornice più chiara, senza perdere la capacità di adattarsi alle esigenze specifiche dei clienti nei singoli Paesi.
Per l’Italia questo aspetto è rilevante. Le imprese italiane, soprattutto nel mid market, hanno spesso infrastrutture ibride, applicazioni legacy, percorsi cloud non lineari e livelli di maturità cyber molto diversi. Servono quindi soluzioni robuste, ma anche partner capaci di accompagnare il cambiamento con gradualità, metodo e conoscenza del tessuto produttivo.

Cyber recovery, AI e nuove esigenze di fiducia

La spinta verso la cyber resilience non nasce solo dall’aumento degli attacchi informatici; nasce anche da un cambiamento più profondo nel modo in cui le aziende usano i dati. I progetti di intelligenza artificiale richiedono dati disponibili, integri, controllati e affidabili. Un modello AI costruito su dati compromessi, incompleti o non governati non produce innovazione, ma nuovi rischi. La qualità del dato diventa quindi una condizione di fiducia essenziale e la resilienza del dato una parte fondamentale della strategia AI.
Qui entra in gioco il concetto di AI Readiness: prima di portare i dati dentro modelli, assistenti e agenti AI, occorre sapere dove si trovano, quali informazioni contengono, se sono sensibili, conformi alle normative, ridondanti o esposte a rischi: è il terreno dell’AI Intelligence & Data Trust.
Con la soluzione Securiti AI, le aziende possono ottenere questo tipo di visibilità anche negli ambienti AI, ovvero capire quali dati alimentano i modelli, quali devono essere protetti e quali non dovrebbero essere utilizzati. Non è soltanto una questione di compliance, ma è il modo per garantire che l’AI lavori su informazioni affidabili senza introdurre nuovi rischi per l’impresa.
Allo stesso tempo, le normative europee aumentano la pressione sulle imprese; la continuità operativa, la gestione del rischio, la sicurezza delle supply chain digitali e la capacità di ripristino non sono più elementi accessori, ma diventano requisiti.
È qui che una strategia efficace di data recovery incontra la data protection: non basta difendersi, bisogna essere in grado di ripartire; non basta impedire l’incidente, bisogna sapere cosa fare quando l’incidente accade: in particolare, quali dati recuperare, in che ordine, con quali garanzie di integrità e con tempi compatibili con il business.

Veeam e TD SYNNEX: una partnership che cresce con il tuo business

Veeam si presenta come una Data and AI Trust Company e leader globale nella data resilience, scelta da oltre 550.000 clienti nel mondo, inclusa una quota molto significativa delle aziende Fortune 500. La piattaforma Veeam supporta la protezione, il monitoraggio, la governance e il recupero dei dati in ambienti cloud, virtuali, SaaS, Kubernetes e fisici.

TD SYNNEX, dal canto suo, porta in questa partnership  la capacità di offrire servizi e soluzioni scalabili di un grande aggregatore e distributore globale, con oltre 150.000 clienti in più di 100 Paesi, un ecosistema di migliaia di vendor e un portafoglio che copre cloud, cybersecurity, big data, analytics, AI, IoT, mobilità ed everything-as-a-service.

“TD SYNNEX ha costantemente dimostrato una forte capacità di execution, una profonda expertise regionale e un approccio partner-first in tutta l’area EMEA, affermandosi come partner distributivo di fiducia per Veeam”, ha dichiarato Tim Pfaelzer, General Manager and Senior Vice President di Veeam Europe. “Questo accordo ampliato supporta la nostra strategia di semplificazione e scalabilità del go-to-market europeo, offrendo ai partner un accesso più semplice alla nostra piattaforma unificata di data resilience, alle competenze e ai programmi di enablement, aiutando al contempo i clienti a rafforzare la resilienza operativa e cyber e ad attivare i propri dati con maggiore sicurezza su una scala più ampia”. Nel mercato attuale serve un distributore in grado di offrire servizi scalabili a valore, con processi abilitanti l’acquisizione delle competenze tecnologiche

Perché questo accordo conta per il mercato italiano

Per i partner italiani, la disponibilità dell’intero portafoglio Veeam attraverso TD SYNNEX può significare tre cose.

La prima è l’accesso a un’offerta più completa sulla protezione del dato, in un momento in cui clienti pubblici e privati stanno rivedendo le proprie strategie di continuità operativa.

La seconda è la possibilità di costruire nuove competenze ad alto valore, grazie ai percorsi formativi e all’enablement commerciale. Questo è un punto decisivo, perché la domanda di resilienza cresce, ma non sempre il mercato dispone di abbastanza figure capaci di tradurla in progetti concreti.

La terza è l’integrazione di Veeam con l’ecosistema tecnologico già presente nel portafoglio TD SYNNEX. La data resilience non vive più in un perimetro isolato: si incrocia con le piattaforme di security, con il cloud ibrido, con l’infrastruttura, i servizi gestiti e le esigenze di compliance.
In questo senso, Veeam rappresenta un tassello essenziale nell’offerta TD SYNNEX: completa il portafoglio in ambito cyber resilience e apre nuove possibilità anche sul fronte dell’AI Intelligence & Data Trust.
Per un partner, poter combinare Veeam con i vendor di sicurezza, cloud e infrastruttura distribuiti da TD SYNNEX significa quindi proporre al cliente non un singolo prodotto, ma un percorso integrato per proteggere i dati, renderli resilienti, governarli e trasformarli in una risorsa affidabile per l’innovazione.

In un mercato in cui molte aziende hanno capito di dover proteggere meglio i propri dati, ma non sempre sanno da dove iniziare, il canale può diventare il luogo in cui la resilienza smette di essere un concetto e diventa un progetto.

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Proxmox, l’alternativa europea a VMware che porta l’open source nel cuore del data center

Proxmox, l’alternativa europea a VMware che porta l’open source nel cuore del data center

Proxmox è l’alternativa europea a VMware. Per molti anni scegliere la piattaforma di virtualizzazione di un’azienda non è stata davvero una scelta, VMware era diventata uno standard di fatto: affidabile e conosciuta dai tecnici, poi anche  sostenuta da un ecosistema vastissimo e talmente radicata nei data center da rendere più semplice rinnovare un contratto che mettere in discussione l’intera architettura. Poi il mercato ha cominciato a muoversi. L’acquisizione di VMware da parte di Broadcom, il passaggio a nuovi modelli commerciali, la concentrazione dell’offerta e l’aumento dei costi segnalato da molti clienti hanno reso visibile un rischio che prima rimaneva sullo sfondo: quando un’infrastruttura critica dipende da un solo fornitore, il prezzo della licenza è soltanto una parte del costo. L’altra è la perdita progressiva di libertà.
È in questo spazio che Proxmox sta smettendo di essere percepito come un’alternativa per laboratori, piccole installazioni o appassionati di open source e sta entrando nel confronto sulle infrastrutture enterprise. Non perché possa sostituire automaticamente VMware, Nutanix o Red Hat in qualunque scenario, ma perché oggi offre una combinazione sempre più difficile da ignorare: virtualizzazione, container, storage software-defined, clustering, alta disponibilità, networking e backup all’interno di un ecosistema aperto, sviluppato in Europa e sostenuto da servizi professionali.
Il caso italiano di ARTEC, azienda di Cento specializzata nella produzione di cilindri pneumatici per l’automazione industriale, aiuta a capire perché questo passaggio conta. La migrazione realizzata da MegaByte Sistemi Informatici su server Lenovo non si è limitata a sostituire un hypervisor. Ha trasformato un’infrastruttura che imponeva fermi durante la manutenzione in una piattaforma iperconvergente capace di sostenere la produzione senza interruzioni, aumentando del 40 per cento le prestazioni dei carichi di lavoro principali.

Che cos’è Proxmox e perché viene scelto dalle aziende

Proxmox è il nome con cui normalmente si identifica Proxmox Virtual Environment, o Proxmox VE, la piattaforma open source per la gestione di server virtualizzati sviluppata da Proxmox Server Solutions GmbH. L’azienda è stata fondata nel 2005, ha sede a Vienna e ha costruito attorno alla piattaforma un’offerta che comprende anche Proxmox Backup Server e Proxmox Datacenter Manager.

Proxmox VE integra due tecnologie di virtualizzazione differenti. KVM viene utilizzato per eseguire macchine virtuali complete, Windows o Linux, mentre LXC permette di gestire container Linux più leggeri. A queste si aggiungono un’interfaccia web centralizzata, API REST, strumenti per il clustering e l’alta disponibilità, live migration, firewall, software-defined networking e l’integrazione con sistemi di storage come ZFS e Ceph.
Il punto non è che ogni funzione sia nuova, molte esistono da anni nelle piattaforme proprietarie, la differenza è nel modo in cui vengono riunite e governate. Proxmox VE è distribuito con licenza GNU AGPLv3, il codice è ispezionabile e le funzionalità non vengono sbloccate acquistando edizioni progressivamente più costose. Le sottoscrizioni commerciali servono soprattutto per accedere ai repository enterprise, agli aggiornamenti stabili e a differenti livelli di supporto.
Questo non significa che Proxmox sia gratuito nel senso aziendale del termine. Il software può essere scaricato e utilizzato liberamente, ma un’infrastruttura critica richiede progettazione, hardware ridondato, competenze, migrazione, monitoraggio, formazione e assistenza. L’open source non elimina il costo: permette di capire meglio che cosa si sta pagando e riduce il potere contrattuale concentrato in un’unica licenza.
È la stessa distinzione che abbiamo fatto parlando di sovranità digitale e controllo effettivo dei sistemi: la posizione geografica di un server non basta e neppure l’origine europea di un prodotto è, da sola, una garanzia. Contano la portabilità, l’accesso al codice, le competenze disponibili, la possibilità di cambiare partner e la capacità dell’azienda di continuare a operare anche quando il rapporto con un fornitore cambia.

Proxmox e iperconvergenza: che cosa significa davvero

L’iperconvergenza riunisce capacità di calcolo, storage e virtualizzazione in un’architettura governata dal software, normalmente costruita su più nodi standard. Nelle infrastrutture tradizionali i server, la rete e lo storage SAN possono essere sistemi separati, ciascuno con la propria gestione. In un cluster HCI le risorse locali dei nodi vengono aggregate e amministrate come un’unica piattaforma.

Proxmox non è un appliance iperconvergente chiuso. È una piattaforma software con cui si può costruire un’infrastruttura HCI combinando cluster Proxmox VE e storage distribuito, spesso basato su Ceph. Questa precisazione è importante, perché la qualità del risultato dipende dal progetto.

Ceph distribuisce dati e repliche tra più nodi, riducendo la dipendenza da una singola unità di storage. Se un componente si guasta, il cluster può continuare a rendere disponibili i workload, a condizione che siano stati dimensionati correttamente capacità, rete, numero di repliche e domini di fault. La semplicità dell’interfaccia non cancella la complessità sottostante. La rende governabile.

I vantaggi possibili sono concreti. La gestione di macchine virtuali, container, rete e storage viene riunita in un unico ambiente, riducendo il numero di strumenti separati e, in alcuni casi, anche la dipendenza da licenze proprietarie. L’infrastruttura può crescere nel tempo aggiungendo nuovi nodi o dischi, mentre la ridondanza viene progettata a livello di cluster per evitare che il guasto di un singolo componente comprometta la disponibilità dei servizi. Anche le attività di manutenzione diventano meno invasive, perché i workload possono essere spostati da un nodo all’altro senza interrompere le operazioni. A questo si aggiunge una maggiore libertà nella scelta dell’hardware: Proxmox può essere installato su server di produttori differenti, purché siano certificati e dimensionati correttamente per i carichi di lavoro previsti.

Ci sono però anche vincoli che una valutazione seria deve considerare. Ceph richiede una rete veloce, una latenza contenuta e competenze specifiche. Un cluster piccolo può avere un rapporto tra capacità lorda e utile meno favorevole del previsto. Le applicazioni legacy, gli strumenti di backup esistenti, le integrazioni con automazione e monitoring, le licenze dei sistemi operativi guest e le procedure di disaster recovery devono essere verificate una per una. Proxmox diventa una buona alternativa quando l’azienda non si limita a confrontare due listini, ma riprogetta l’infrastruttura.

Il caso ARTEC: da VMware a Proxmox senza fermare la fabbrica

ARTEC produce cilindri pneumatici e sistemi destinati all’automazione industriale. In un’azienda manifatturiera di questo tipo l’IT non vive accanto alla fabbrica: è dentro la fabbrica. Pianificazione della produzione, controllo qualità, gestione degli ordini e processi amministrativi dipendono dalla disponibilità dei sistemi.
L’infrastruttura precedente, basata su VMware, presentava due problemi. Il primo era economico, legato ai costi di licenza. Il secondo era operativo: le attività di manutenzione potevano richiedere l’interruzione dei sistemi e, di conseguenza, il fermo delle linee produttive.
MegaByte ha iniziato dalla valutazione dell’ambiente esistente e ha progettato un cluster Proxmox VE a tre nodi, costruito su server Lenovo ThinkSystem SR650 V3 con processori Intel Xeon Scalable di quarta generazione. Lo storage è basato su unità NVMe all-flash e viene distribuito attraverso Ceph. La rete è stata separata e dimensionata in funzione dei diversi flussi: collegamenti diretti a 100 GbE per la replica Ceph, 25 GbE per il traffico del cluster e 10 GbE per i dati degli utenti.
Questi numeri raccontano una parte essenziale del progetto. Le prestazioni non derivano semplicemente dall’installazione di Proxmox, ma dall’intera architettura: server più recenti, storage NVMe, rete veloce, ridondanza, configurazione di Ceph e ottimizzazione successiva alla migrazione. Attribuire tutto il miglioramento al solo hypervisor sarebbe tecnicamente scorretto.
La transizione è stata pianificata nei periodi di minore attività, quindi validata e rifinita dopo il passaggio. Il progetto si è concluso con la formazione del personale IT di ARTEC, un elemento spesso considerato secondario ma decisivo. Un’infrastruttura diventa davvero più semplice solo quando chi la gestisce sa interpretarne eventi, allarmi e comportamenti.
I risultati pubblicati nei casi di successo ufficiali di Proxmox e Lenovo indicano un miglioramento del 40 per cento nei tempi di elaborazione dei workload principali e la sostanziale eliminazione dell’impatto della manutenzione sulla produzione. Gli aggiornamenti ordinari di Proxmox VE e Ceph possono ora essere eseguiti senza interrompere le linee, spostando i carichi all’interno del cluster.
Anche il dato economico va letto correttamente. ARTEC ha eliminato i precedenti costi di licenza VMware, liberando risorse da destinare ad altri investimenti, ma il caso pubblico non quantifica una percentuale complessiva di riduzione del TCO. La promessa di risparmi fino all’80 per cento, possibile in alcune configurazioni e presente nelle proposte commerciali, non può diventare una regola generale. Il risultato dipende dal punto di partenza, dal numero di socket e core, dal livello di supporto scelto, dal costo dell’hardware, dal lavoro di migrazione e dalle competenze già presenti in azienda.

Il dato più interessante del caso ARTEC, quindi, non è solo una percentuale di sconto, ma l’allineamento tra infrastruttura e produzione: prima la manutenzione IT poteva rallaentare la fabbrica, dopo la migrazione questo non succede più.

Migrare da VMware a Proxmox: il costo nascosto è nelle dipendenze

Proxmox ha introdotto già dalla versione 8.2 un wizard integrato per importare macchine virtuali da VMware ESXi. Lo strumento riduce alcune operazioni manuali e trasferisce gran parte della configurazione nel modello di Proxmox VE. È un miglioramento importante, ma nessun wizard rende automatica una migrazione enterprise.

Prima di decidere è necessario costruire un inventario realistico dell’ambiente esistente, partendo dalle macchine virtuali, dai sistemi operativi e dalle versioni ancora supportate. Bisogna ricostruire le dipendenze tra le applicazioni, verificare reti virtuali, VLAN e regole firewall, quindi analizzare snapshot, template, appliance e formati dei dischi. La valutazione deve comprendere anche le integrazioni con i sistemi di backup, monitoraggio, gestione delle identità e automazione, insieme ai requisiti di disponibilità e agli obiettivi di ripristino, indicati da RPO e RTO. Devono essere controllate anche le licenze applicative eventualmente legate all’hardware virtuale o al numero di core. Infine, occorre capire se il team possiede le competenze necessarie per gestire la nuova piattaforma e quale livello di supporto sia disponibile in caso di problemi.
La migrazione dovrebbe poi procedere per gruppi di workload, iniziando dai sistemi meno critici e misurando prestazioni, tempi di backup, ripristino e comportamento in caso di guasto. Serve anche un piano di ritorno. La libertà da un lock-in non si costruisce con un salto nel vuoto, ma con la possibilità concreta di cambiare direzione. Per questo il ruolo di un partner specializzato come MegaByte non consiste soltanto nell’installare Proxmox. Consiste nel tradurre un’architettura aperta in una responsabilità operativa chiara. Nel caso ARTEC il valore è visibile nella progettazione della rete, nella ridondanza, nella calendarizzazione della migrazione, nella validazione e nella formazione.

Backup integrato non significa strategia di backup completa

Proxmox VE comprende funzioni native di snapshot, backup e ripristino, ma per gli ambienti aziendali la componente dedicata è Proxmox Backup Server. Il prodotto supporta backup incrementali, deduplicazione, compressione e cifratura autenticata, e può proteggere macchine virtuali, container e host fisici. Anche qui occorre evitare una scorciatoia concettuale. Avere il backup nella stessa famiglia tecnologica semplifica l’integrazione, ma non rende automaticamente resiliente l’infrastruttura. Una strategia corretta deve separare copie, credenziali e domini di guasto, prevedere retention coerenti con il rischio e testare periodicamente il ripristino. Il backup è valido quando restituisce i dati entro i tempi richiesti dall’azienda. Tutto il resto è una promessa. Questa distinzione è ancora più importante nell’epoca della cyber resilience, perché ransomware e compromissioni degli account amministrativi possono colpire insieme produzione e copie di sicurezza. La piattaforma deve quindi essere inserita in un disegno più ampio, con segmentazione, autenticazione forte, repository separati, copie off-site o offline, monitoraggio e prove di disaster recovery.

Proxmox, open source e sovranità digitale europea

Proxmox è europea, ma il valore strategico non si esaurisce nel passaporto dell’azienda. I server del caso ARTEC sono Lenovo, i processori Intel, il software utilizza componenti open source sviluppati da comunità internazionali. Nessuna infrastruttura complessa è davvero autarchica, e non sarebbe neppure auspicabile costruirla così. La sovranità utile non coincide con il rifiuto della tecnologia americana. Consiste nella capacità di evitare che una singola dipendenza diventi incontrollabile. Vuol dire mantenere accesso ai dati, al codice, alle competenze e alle alternative; sapere chi può amministrare i sistemi; poter spostare un workload senza dover ricostruire l’intera azienda. Nel nostro approfondimento sul Tech Sovereignty Package europeo abbiamo scritto che l’open source non è gratuito per magia e non garantisce da solo sicurezza o qualità. Offre però una base differente: rende ispezionabile il software, distribuisce la conoscenza e permette a più imprese di costruire servizi senza consegnare tutto il controllo al produttore originario. È lo stesso punto emerso nell’intervista a Frank Karlitschek su Nextcloud e la sovranità digitale. Le alternative europee non hanno bisogno soltanto di protezione politica o di slogan. Devono funzionare, scalare, integrarsi e offrire alle imprese una ragione economica per adottarle. Il caso ARTEC è interessante proprio perché porta la discussione fuori dai convegni: l’alternativa ha migliorato un processo industriale misurabile.

Proxmox e intelligenza artificiale: possibilità reale, ma non automatica

La presentazione di MegaByte collega l’iperconvergenza anche all’intelligenza artificiale. Il collegamento esiste, ma va spiegato senza trasformare l’AI in un’etichetta. Proxmox può ospitare macchine virtuali e container destinati a workload AI, gestire nodi dotati di GPU e fornire un’infrastruttura privata su cui eseguire inferenza, sviluppo o servizi basati su modelli open source. In questi scenari l’azienda mantiene maggiore controllo su dati, accessi e localizzazione dei carichi. Con Proxmox VE 9.2, pubblicato a maggio 2026, la piattaforma ha inoltre introdotto un bilanciamento dinamico dei carichi e ampliato le funzioni di software-defined networking. Proxmox Datacenter Manager 1.1 aggiunge una vista centrale su cluster, VM, container e istanze di backup distribuite. Questo non trasforma però Proxmox in una piattaforma AI completa. Servono ancora acceleratori, driver, orchestrazione, framework, pipeline dei dati, strumenti MLOps e competenze specifiche. L’infrastruttura può essere la base dell’AI, non sostituisce tutto ciò che viene costruito sopra. La questione torna al controllo. Come abbiamo osservato raccontando IBM Sovereign Core, la sovranità nell’era dell’intelligenza artificiale riguarda chi governa i sistemi e come questa responsabilità può essere dimostrata. Un cluster Proxmox on-premise può aiutare, soprattutto per dati sensibili o processi industriali, ma diventa sovrano soltanto se l’intera catena, dagli accessi ai backup fino ai modelli utilizzati, è governabile.

Quando Proxmox è la scelta giusta e quando non lo è

Proxmox merita una valutazione concreta nelle aziende che vogliono ridurre i costi ricorrenti della virtualizzazione, costruire un cloud privato, consolidare server e storage, evitare dipendenze eccessive o affiancare una seconda piattaforma all’ambiente VMware prima di una migrazione più ampia.
È particolarmente interessante per il midmarket, per la manifattura, per i service provider, per le organizzazioni pubbliche e per le imprese che possiedono competenze Linux o possono affidarsi a un partner con esperienza verificabile.
Non è invece una scelta automatica quando l’ambiente dipende in modo profondo da strumenti VMware specifici, quando mancano competenze operative, quando i workload hanno certificazioni molto restrittive o quando l’organizzazione pretende che il cambio di piattaforma non comporti alcun cambiamento di processi.
La domanda corretta non è se Proxmox sia migliore di VMware in assoluto, una domanda così formulata produce soltanto risposte commerciali;, bisogna chiedersi quale piattaforma offra, per quello specifico insieme di applicazioni, il miglior equilibrio tra disponibilità, prestazioni, sicurezza, costi, supporto, portabilità e controllo.

La scelta di Proxmox è una scelta sul potere

Il caso ARTEC dimostra che un’alternativa europea e open source può uscire dalla teoria e sostenere una fabbrica reale. Proxmox ha permesso di costruire, insieme a MegaByte, Lenovo, Intel e Ceph, un’infrastruttura più veloce, più disponibile e meno vincolata alle licenze precedenti. Non dimostra che ogni migrazione produrrà un incremento del 40 per cento, né che tutte le aziende risparmieranno l’80 per cento. Dimostra qualcosa di più utile: il mercato della virtualizzazione è tornato contendibile.
Per anni la virtualizzazione ha nascosto la complessità dell’hardware e ha dato alle imprese una libertà nuova, poi, lentamente, quella libertà si è trasformata in dipendenza dalla piattaforma che la rendeva possibile. Proxmox riapre il sistema, ma la tecnologia da sola non basta, servono architettura, competenze, partner, prove e responsabilità.
Il coraggio di cambiare è importante, ancora più importante è costruire le condizioni perché cambiare non sia un atto di fede, ma una decisione industriale.

L’articolo Proxmox, l’alternativa europea a VMware che porta l’open source nel cuore del data center è un contenuto originale di Digitalic.