Divieto social under 16 in Australia: otto su dieci li usano ancora

Divieto social under 16 in Australia: otto su dieci li usano ancora

Il divieto social under 16 australiano è in vigore da mesi. Dal 10 dicembre 2025 l’Australia obbliga Facebook, Instagram, Snapchat, Threads, TikTok, Twitch, X, YouTube, Kick, Reddit e le altre piattaforme comprese dalla legge a impedire che i minori di 16 anni aprano o mantengano un account. È il primo esperimento nazionale di questa portata e riguarda un confine che, per oltre vent’anni, era stato lasciato quasi interamente alle condizioni d’uso scritte dalle aziende. Ora quel confine ha la forza di una legge: le società che non adottano misure ragionevoli possono essere portate in tribunale e ricevere una sanzione fino a 54,6 milioni di dollari australiani.

Tre mesi dopo l’entrata in vigore, tuttavia, l’81,5% dei bambini e degli adolescenti tra 10 e 15 anni continuava a utilizzare almeno uno dei social sottoposti alla restrizione. Il numero arriva dal primo rapporto ufficiale di eSafety, l’autorità australiana per la sicurezza online, pubblicato il 31 luglio 2026. Letto da solo sembra già una bocciatura; il resto della ricerca offre una conclusione meno comoda: gli account sono diminuiti, l’abitudine e la frequenza d’uso molto meno. Possedere un profilo e usare un social sono ormai due attività separabili; gran parte dell’81,5% passa attraverso browser, link condivisi, account di altre persone e servizi rimasti fuori dal perimetro.

Divieto social under 16 in Australia: cosa prevede la legge

Il titolo più immediato parla di divieto dei social, però la definizione scelta dal legislatore è più precisa. L’Online Safety Amendment (Social Media Minimum Age) Act 2024 non punisce i ragazzi, non attribuisce responsabilità penali o amministrative ai genitori e non impedisce a un quindicenne di vedere un video pubblico su YouTube o di leggere una pagina accessibile senza autenticazione. L’obbligo ricade sui fornitori: devono individuare gli account appartenenti agli under 16, disattivarli, bloccare le nuove registrazioni e contrastare i sistemi di elusione più prevedibili. Devono anche predisporre procedure di ricorso per chi venga classificato per errore e consentire ai ragazzi di recuperare i propri dati prima della chiusura del profilo.

eSafety preferisce descrivere la misura come un rinvio dell’età di accesso agli account, non come un bando assoluto. La distinzione spiega perché YouTube rientri nella legge, ma YouTube Kids resti disponibile; chiarisce anche perché WhatsApp, Messenger, Discord, Roblox, Steam, Pinterest, GitHub e i servizi destinati principalmente alla messaggistica, al gioco o alla scuola siano esclusi, almeno nella configurazione attuale. Il perimetro viene determinato dalla funzione prevalente del servizio, dalla possibilità di pubblicare e interagire con altri utenti, dalla presenza di funzioni disponibili dopo il login e dall’uso di sistemi di raccomandazione.

Questa architettura tenta di colpire il punto nel quale il social smette di essere una pagina da consultare e diventa un ambiente personale: dopo il login la piattaforma conosce la cronologia dell’utente, costruisce un profilo, ordina il feed, permette messaggi e notifiche, misura ogni esitazione e usa quei segnali per scegliere il contenuto successivo. Il danno che la legge vuole ridurre non coincide quindi con la semplice presenza di un video online; riguarda la pressione continua esercitata da un sistema capace di adattarsi alla persona e di imparare come trattenerla.

Divieto social in Australia: i primi dati su account e utilizzo

La valutazione di eSafety durerà due anni e coinvolge complessivamente più di 4.000 bambini e famiglie. Il confronto longitudinale più significativo del primo rapporto riguarda 803 ragazzi tra 10 e 15 anni, intervistati prima dell’applicazione della norma, tra novembre e dicembre 2025, e poi di nuovo tra marzo e aprile 2026. La quota di chi possedeva almeno un account su una piattaforma soggetta al limite è scesa dal 52,4% al 42,1%; dieci punti percentuali descrivono un effetto reale e statisticamente significativo.

Il calo, però, non è uniforme. Gli account YouTube sono passati dal 33,2% al 23,3%, quelli Snapchat dal 28,6% al 23,3%, quelli TikTok dal 28,2% al 21,7%; su Instagram la flessione dal 21,6% al 19,3% non ha raggiunto la stessa significatività statistica. Trentasette ragazzi su cento possedevano un account prima della legge e lo conservavano tre mesi dopo; il 5% ne aveva aperto uno che non risultava alla prima rilevazione.

Quando la domanda passa dalla proprietà dell’account all’uso effettivo, la distanza diventa evidente. L’85,9% del campione aveva utilizzato almeno un social limitato nelle quattro settimane precedenti la rilevazione iniziale; tre mesi dopo la percentuale era ancora all’81,5%. L’uso quotidiano o più frequente è sceso di circa due punti, dal 60% al 58%. YouTube continuava a essere frequentato dal 73,6% dei ragazzi, TikTok dal 34,6%, Snapchat dal 27,9% e Instagram dal 25,5%. Reddit ha perfino guadagnato terreno, passando dal 6,1% al 9,4%.

Perché l’81,5% degli under 16 usa ancora i social

Il 13% dei ragazzi aveva un account prima della restrizione e non ne possedeva più nessuno tre mesi dopo. Sul totale del campione, soltanto il 3% aveva anche smesso di usare i social limitati; un altro 10% continuava a frequentarli senza un profilo proprio. Un quinto dichiarava di usare piattaforme soggette alla legge senza account sia prima sia dopo la sua entrata in vigore. Può accadere attraverso un browser, un link ricevuto in chat, il telefono di un amico, il profilo di un fratello o quello di un genitore; sono comportamenti ordinari, per i quali non serve alcuna competenza tecnica.

Su YouTube gran parte dei video rimane visibile senza login, mentre i contenuti di TikTok, Reddit e altre piattaforme possono comparire nei risultati di ricerca o circolare come collegamenti. L’esperienza non è identica a quella di un utente registrato: mancano alcune funzioni sociali, le raccolte personali e una parte della personalizzazione persistente. Rimangono però il flusso dei contenuti, la possibilità di passare da un video all’altro e sistemi di raccomandazione che possono utilizzare il contesto della sessione, il dispositivo e ciò che è stato appena guardato. La chiusura dell’account riduce la quantità di dati collegati stabilmente a una persona; non spegne automaticamente il meccanismo che distribuisce l’attenzione.

Perché il divieto social viene aggirato anche senza VPN

La lettura più indulgente con le piattaforme attribuisce il risultato all’abilità dei ragazzi, da sempre rapidi nel superare i controlli pensati dagli adulti. I dati di eSafety raccontano un’altra storia: circa metà di coloro che avevano conservato un account ha dichiarato che il servizio non aveva mai chiesto di confermare l’età; altri profili riportavano già una data di nascita superiore ai 16 anni, oppure erano stati classificati come appartenenti a un adulto dal sistema automatico. L’uso di VPN e altre tecniche elaborate resta marginale, così come l’intervento dei genitori per aggirare le regole. In molti casi la porta non era stata chiusa.

Già prima dell’entrata in vigore, eSafety aveva chiarito che l’autodichiarazione non poteva costituire da sola una misura ragionevole. Dopo i primi controlli ha aperto verifiche sulla possibile inosservanza da parte di Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube. L’esito sarà importante anche fuori dall’Australia: finché “misure ragionevoli” resta una formula priva di conseguenze applicative, ogni piattaforma può bilanciare accuratezza, costi e perdita di utenti secondo il proprio interesse; una decisione o una sanzione comincerà invece a definire quale tasso di errore sia tollerabile.

Verifica dell’età sui social: come funziona e quali rischi comporta

Age assurance è l’espressione che comprende metodi molto diversi. La verifica in senso stretto confronta la data di nascita con un documento, un’identità digitale o una fonte affidabile; la stima usa, per esempio, un’immagine del volto e un modello di intelligenza artificiale per collocare la persona in una fascia anagrafica; l’inferenza combina dati già disponibili, come il comportamento dell’account, la sua storia, le relazioni e talvolta i segnali del dispositivo. Esistono poi sistemi a più livelli, nei quali un controllo leggero viene rafforzato soltanto quando il risultato è incerto o il rischio è maggiore.

Il test tecnologico commissionato dal governo australiano ha valutato più di sessanta soluzioni di quarantotto fornitori, includendo verifica, stima facciale, inferenza, consenso dei genitori e validazione successiva. Nessun metodo risolve da solo l’intero problema. Un documento offre maggiore certezza, ma lega l’accesso a un’identità e crea dati molto sensibili; la stima facciale è più rapida, però lavora con una probabilità e diventa delicata proprio vicino alla soglia dei 16 anni; l’analisi del comportamento può operare senza chiedere nulla all’utente, al prezzo di una sorveglianza ancora più estesa.

Il controllo crea un problema ulteriore. Per proteggere i minori dalla profilazione, una piattaforma potrebbe esaminare più informazioni su tutti, adulti compresi, così da stabilire chi sia minorenne. Anche un sistema accurato può lasciare attivo un quindicenne o cancellare l’archivio di una persona adulta; la guida australiana chiede quindi controlli stratificati, più metodi tra cui scegliere, prove di vitalità contro le fotografie mostrate alla fotocamera e procedure di ricorso accessibili.

La via meno invasiva separa l’età dall’identità: un’applicazione o un portafoglio digitale attesta soltanto che l’utente ha superato una soglia, senza comunicare alla piattaforma nome, data di nascita o documento. È la logica del progetto europeo per la verifica dell’età, inizialmente concentrato sui contenuti riservati ai maggiorenni. Resta da stabilire chi debba rilasciare la prova e a quale livello del sistema collocarla. Meta indica gli store di Apple e Google; nell’articolo in cui Instagram chiede agli App Store di verificare l’età avevamo già osservato che spostare il controllo significa spostare costi, dati e responsabilità, senza rendere più sicuro il feed.

Perché l’età minima per iscriversi ai social era di 13 anni

Prima dell’Australia, il limite più comune era 13 anni. È entrato nell’immaginario come se descrivesse una fase dello sviluppo, ma deriva soprattutto dalla normativa statunitense sulla raccolta dei dati. Il Children’s Online Privacy Protection Act impone condizioni specifiche ai servizi che raccolgono informazioni personali da bambini sotto i 13 anni e richiede, nei casi previsti, un consenso verificabile dei genitori. Per molte piattaforme è stato più semplice escludere formalmente quella fascia che costruire prodotti e processi conformi.

La conseguenza è stata una soglia affidata a una casella nel modulo di registrazione. I minori dichiaravano un anno di nascita diverso, le aziende potevano sostenere di non sapere e l’account cresceva insieme al bambino. Nel 2021 Meta progettava persino un Instagram dedicato ai bambini sotto i 13 anni, ipotesi poi sospesa tra opposizioni politiche e timori sulla sicurezza. Quel progetto mostrava già il conflitto che oggi torna in Australia: riconoscere ufficialmente i bambini permette di offrire protezioni adeguate, ma consente anche di inserirli prima dentro un ecosistema commerciale.

Algoritmi e dipendenza: perché il limite d’età non basta

Un sistema perfetto di verifica ridurrebbe gli account sotto i 16 anni; molti rischi dipendono però dal funzionamento del servizio e riguardano anche gli adolescenti autorizzati e gli adulti. Scorrimento infinito, autoplay, notifiche, serie di interazioni da non interrompere, contenuti effimeri e raccomandazioni costruite sui segnali comportamentali aumentano le sessioni, il tempo trascorso e le occasioni di mostrare pubblicità.

La Commissione europea ha già contestato a TikTok di non avere valutato in modo adeguato gli effetti di un design capace di alimentare comportamenti compulsivi. Negli Stati Uniti, la sentenza che ha riconosciuto la responsabilità di Meta e YouTube per i danni subiti da una minore ha portato in tribunale la struttura delle applicazioni: sotto accusa non erano i singoli post caricati dagli utenti, bensì gli algoritmi e le funzioni progettate per prolungare l’uso.

Divieto social e genitori: il rischio di un uso più nascosto

Il segnale più preoccupante del rapporto australiano riguarda i bambini tra 10 e 12 anni. Tra i genitori dei minori che avevano usato i social nelle quattro settimane precedenti, la quota di chi non ne era consapevole è salita dal 35,4% al 49,1%. Il cambiamento è particolarmente evidente anche tra i genitori delle ragazze. La ricerca non consente di concludere che la legge abbia causato un passaggio generalizzato alla clandestinità digitale; mostra però che l’uso può continuare diventando meno visibile dentro la famiglia.

Tra i genitori dei bambini più piccoli compare anche un movimento in direzione diversa: dichiarano di sentire meno pressione ad adeguarsi a ciò che consentono le altre famiglie. Una legge può cambiare il comportamento rendendo più semplice dire di no, senza lasciare al singolo genitore l’onere di opporsi da solo a una pratica condivisa dalla classe. Questa variazione culturale è ancora fragile e convive con una minore conoscenza dell’uso reale; le rilevazioni successive diranno quale delle due tendenze durerà.

Divieto social e salute mentale: cosa dicono i primi dati

Prima dell’entrata in vigore, il 43,8% dei ragazzi si aspettava conseguenze negative e il 19,3% effetti positivi. Dopo tre mesi, il 65,4% ha dichiarato che la legge non aveva avuto alcun impatto; il 19,9% ne segnalava uno negativo e l’11,5% uno positivo. Autostima, benessere percepito e disagio psicologico sono rimasti sostanzialmente stabili, così come lo stress dei genitori e i conflitti familiari legati alla tecnologia.

Questi risultati misurano un intervento che aveva modificato poco l’uso e un periodo troppo breve per individuare cambiamenti nello sviluppo, nel sonno, nel rendimento scolastico o nella qualità delle relazioni. Il rapporto considera molti esiti di medio e lungo periodo; la condizione necessaria per produrli, una riduzione consistente degli account e dell’accesso personalizzato, non si era ancora realizzata. L’81,5% non chiude quindi la discussione sugli effetti sanitari, mentre documenta con chiarezza un difetto di applicazione.

Quali Paesi vietano o limitano i social network ai minori

L’esperimento australiano viene osservato da governi che stanno scegliendo soglie simili con strumenti differenti. La Francia ha approvato il divieto di aprire account social sotto i 15 anni, con applicazione prevista dal 1° settembre 2026 e quattro mesi aggiuntivi concessi alle piattaforme per chiudere i profili già esistenti. La Malaysia ha iniziato dal 1° giugno a impedire nuove registrazioni agli under 16; la Turchia ha approvato in aprile una soglia di 15 anni, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno vietato agli under 15 di creare o utilizzare account personali e hanno affiancato al limite restrizioni sulle funzioni disponibili.

Il Regno Unito punta a rendere operativo un blocco sotto i 16 anni nella primavera del 2027. Danimarca, Norvegia, Polonia, Slovenia, Spagna e Svezia hanno annunciato o stanno preparando misure con soglie tra 15 e 16 anni; in Germania, tra 13 e 16 anni, l’accesso è legato al consenso dei genitori. La Cina segue una strada diversa attraverso la modalità minori, con limiti integrati nei dispositivi e regole sulle applicazioni che cambiano secondo l’età. La mappa internazionale aggiornata da Reuters mostra una convergenza politica sulla necessità di intervenire, senza una convergenza altrettanto chiara sulla tecnologia e sulle responsabilità.

L’Unione europea, intanto, applica il Digital Services Act e ha scelto di intervenire sul rischio. Le linee guida europee per la protezione dei minori raccomandano account privati per impostazione predefinita, sistemi di raccomandazione che privilegino le scelte esplicite rispetto ai segnali comportamentali, strumenti semplici per bloccare gli utenti e la disattivazione automatica di funzioni che favoriscono un uso eccessivo, come streak, autoplay, notifiche push e conferme di lettura. Il Parlamento europeo ha chiesto una soglia comune di 16 anni con consenso dei genitori e un limite assoluto sotto i 13, ma la risoluzione non costituisce ancora una legge vincolante.

Social network e minori: cosa prevede la normativa italiana

In Italia, al 31 luglio 2026, non esiste un divieto generale paragonabile a quello australiano. L’articolo 2-quinquies del Codice privacy fissa a 14 anni la soglia alla quale il minore può prestare autonomamente il consenso al trattamento dei dati nell’offerta diretta di servizi della società dell’informazione, quando quel trattamento si fonda proprio sul consenso. Sotto i 14 anni è necessaria l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale. Come spiega il Garante per la protezione dei dati personali, la regola non riguarda ogni trattamento e non modifica automaticamente la capacità contrattuale del minore.

Dire che in Italia i social sono vietati sotto i 14 anni è quindi impreciso. La norma disciplina il consenso ai dati, non istituisce un controllo universale all’ingresso e non trasforma il quattordicesimo compleanno in un lasciapassare. Le condizioni d’uso di TikTok, Instagram, Facebook e molte altre applicazioni indicano ancora 13 anni, soglia privata derivata in larga misura dal modello statunitense; la possibilità materiale di registrarsi non dimostra che il consenso sia stato raccolto correttamente, né che l’esperienza sia adeguata all’età.

Si applica inoltre il Digital Services Act, che impone alle piattaforme accessibili ai minori un livello elevato di privacy, sicurezza e protezione, vieta la pubblicità mirata ai ragazzi e richiede di valutare i rischi sistemici. Le linee guida del 2025 danno a questi principi una forma più concreta: feed meno dipendenti dai segnali impliciti, impostazioni private, moderazione efficace, controlli parentali, limiti alle architetture persuasive e metodi di verifica dell’età accurati, robusti, non invasivi e non discriminatori. La Commissione può usare queste indicazioni per valutare il rispetto dell’articolo 28 del DSA da parte delle grandi piattaforme.

Sul versante della connessione, le regole AGCOM sul parental control obbligano gli operatori Internet a mettere a disposizione sistemi di filtro e a preattivarli sulle utenze intestate ai minori o sulle offerte loro dedicate. I blocchi riguardano categorie come contenuti per adulti, gioco d’azzardo, violenza, armi, odio e discriminazione; lavorano attraverso DNS o applicazioni installate sui dispositivi. Sono strumenti utili, però non verificano chi stia usando un account social e non intervengono sul feed di un’applicazione autorizzata.

Il vuoto tra protezione dei dati, filtri di rete e accesso alle piattaforme è arrivato anche davanti ai giudici. Nel maggio 2026 il MOIGE e alcune famiglie hanno affrontato Meta e TikTok al Tribunale delle imprese di Milano nella prima udienza di un’azione sui minori nei social, chiedendo sistemi più forti per verificare l’età degli under 14, maggiore trasparenza sui danni e la rimozione di algoritmi ritenuti manipolativi. L’associazione sostiene che 3,5 milioni di bambini italiani tra 7 e 14 anni siano attivi sulle piattaforme. Il procedimento non ha ancora prodotto una regola generale, ma rende visibile il punto debole del sistema italiano: esiste una soglia per il consenso, senza un’infrastruttura uniforme che consenta di applicarla.

In Parlamento sono in discussione proposte per innalzare i limiti e attribuire nuovi obblighi alle piattaforme; nessuna, alla data di questo articolo, ha introdotto un blocco nazionale. Importare semplicemente il numero australiano produrrebbe probabilmente lo stesso conflitto osservato a Sydney, perché la soglia funziona soltanto insieme a una definizione dei servizi coinvolti, standard tecnici, limiti alla raccolta dei dati, procedure di ricorso, poteri di controllo e sanzioni applicabili. La parte difficile della legge comincia dopo avere scritto “16 anni”.

Il divieto social australiano funziona? Il nodo dell’applicazione

Contare gli account rimossi offre ad aziende e governi un risultato facilmente comunicabile, ma dice poco sull’esposizione effettiva quando i contenuti restano accessibili senza login o attraverso profili altrui. Frequenza, tempo trascorso, grado di personalizzazione, messaggistica, trasferimento verso altri servizi e consapevolezza dei genitori descrivono fenomeni diversi; il rapporto di eSafety evita opportunamente di comprimerli in una sola percentuale.

Rimane poi il calcolo economico delle piattaforme. Controlli severi possono espellere adulti, aumentare l’attrito all’iscrizione e spingere gli utenti verso concorrenti più permissivi; verifiche deboli conservano pubblico e ricavi finché l’inosservanza costa meno della conformità. La sanzione serve a modificare questo rapporto, mentre la tutela della privacy impone che la prova dell’età non diventi la consegna di documenti e volti a ogni social network. Le indagini australiane stabiliranno quanto spazio rimane fra questi due vincoli.

I primi tre mesi documentano soprattutto una premessa tecnica non realizzata: le piattaforme non avevano identificato con continuità gli utenti sotto i 16 anni e molti ragazzi non avevano incontrato un vero controllo. Gli effetti sulla salute e sulle relazioni potranno essere valutati quando l’intervento descritto dalla legge assomiglierà a quello sperimentato nella vita quotidiana. Per ora l’Australia ha definito un’età; le piattaforme non hanno ancora dimostrato di saperla riconoscere senza chiedere a tutti gli utenti più dati di quanti ne raccolgano già.

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