Deepfake: il film AI che sfida l’Iran e protegge un popolo

Deepfake: il film AI che sfida l’Iran e protegge un popolo

 

Molti anni dopo, davanti al pubblico che lo applaudiva al Tribeca Film Festival di New York, Ash Kooshà, ne sono sicuro, ha ripensato a un altro applauso: quello del suo primo concerto, silenziato di colpo dal fragore dei rotori, dagli elicotteri.

Aveva poco più di vent’anni, era il 2007, e a Teheran suonava il basso in una band che si chiamava Font. Il gruppo, fondato con il fratello, doveva suonare a un grande festival organizzato dall’UNICEF, Con una quindicina di gruppi; ma l’evento fu cancellato all’ultimo momento. La musica occidentale in Iran non si poteva suonare, allora come ora. Quel divieto però non gli andava giù, così la sua band e un’altra decisero di suonare comunque, in segreto, in una villa alla periferia di Teheran. Fece appena in tempo a godersi qualche secondo di applausi: ma alla fine del concerto, dall’alto, arrivarono i militari; come in una scena hollywoodiana si calarono con le corde e arrestarono tutti. Ash Kooshà passò due settimane in un carcere di massima sicurezza; la sua band non suonò mai più.

Da allora Ash Koosha non ha più smesso di chiedersi una cosa: come si racconta un Paese, quando farlo può costarti la libertà? Come si documenta la repressione senza esporre le persone alla vendetta del regime?

Lui ha usato la tecnologia, l’intelligenza artificiale, e una tecnica di cui quasi tutti hanno paura, i deepfake: la tecnologia che ruba i volti alla gente. Solo che lui l’ha usata per un altro motivo.

Dreams of Violets: raccontare la repressione con l’AI

Ash Kooshà è un regista iraniano che il 10 giugno 2026 ha presentato al Tribeca Film Festival il film Dreams of Violets, i sogni delle viole: un docudramma di settantacinque minuti, interamente realizzato con l’intelligenza artificiale. Il film documenta la feroce repressione del regime iraniano del gennaio 2026, quando la protesta dei cittadini, per la mancanza di libertà e per le condizioni economiche del Paese, è stata fermata nel sangue; ma non si ferma lì, perché racconta i quarantasette anni di repressione che hanno preceduto solo l’ultimo episodio, forse il più cruento della stoia del paese. l’agenzia per i diritti umani HRANA ha dichiarato almeno settemila morti e oltre cinquantamila arresti.

Torniamo però a quella notte del 2007, perché è lì che comincia il percorso che ha portato Ash Kooshà al festival di Tribeca…

Ash e gli altri avevano semplicemente suonato musica rock, in un Paese che la considerava, e la considera, occidentale e decadente: e per questo la proibisce. La motivazione dell’arresto, per quanto a noi possa sembrare assurda, fu proprio questa, aver tenuto un concerto clandestino di musica vietata. Non ci fu un processo, come spesso non c’è nei regimi totalitari; solo una retata guidata dalle forze militari di un Paese intento a reprimere l’arte. Le autorità, ha raccontato lui stesso, definirono quella serata una celebrazione israelo-sionista contro la struttura dello Stato. Una chitarra, una batteria, un basso, delle cover degli Arctic Monkeys sono state, per l’apparato dello Stato-religione un un complotto da sedare con le forze speciali.

Ecco il primo tassello della nostra storia, il primo mattoncino: in Iran cantare una canzone, fare arte non allineata, radunare delle persone e mostrarsi in pubblico può bastare a farti finire in cella.

Dall’esilio alla sperimentazione con l’intelligenza artificiale

Dopo quelle due settimane, Ash non è più risalito su un palco con i Font. Il gruppo si è sciolto, mentre il regime stringeva sempre di più la morsa sulla società. Nel 2009 lui e il fratello Pooya hanno lasciato l’Iran per costruirsi, anzi per ricostruirsi una vita altrove. Ash si è stabilito a Londra, dove vive da quasi vent’anni, e non ha mai smesso di fare musica, a modo suo, con la sua sensibilità particolare: è un sinesteta, uno che i suoni li percepisce come colori; la musica, nella sua mente, diventa un dipinto. Nel 2018 ha costruito Yona, una cantante creata con l’intelligenza artificiale, anzi una cantautrice, Allora, dice lui, sembrava fantascienza; oggi ci sembra molto più normale .

Nel percorso che lo ha portato alla realizzazione del film Accanto a lui, c’è sempre stato Pooya, come ai tempi dei Font, Se Ash è la mente che immagina, Pooya è la mano che costruisce. Non vive a Londra con il fratello, ma a Menlo Park, in California, nel cuore della Silicon Valley, la città dove ha sede Facebook. È un ingegnere dei sistemi, uno che per anni ha lavorato su infrastrutture tecnologiche e reti, oggi è cofondatore e direttore tecnico di Claigrid, una società di intelligenza artificiale che loro stessi descrivono come l’AI che costruisce altre AI. Per Dreams of Violets è il produttore, e ne ha curato la post-produzione.

Due fratelli, dunque, entrambi in esilio ma in due città diverse, con due mestieri diversi: uno a Londra con la sensibilità dell’artista, l’altro nella Silicon Valley con la forza dell’ingegneria e dell’AI.

Il blackout dell’Iran e la nascita del film

Ora fermiamoci al gennaio 2026, prima che iniziasse la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Da Londra, Ash guarda il suo Paese di nuovo scosso da ribellione e repressione: le strade ribollono, poi arrivano le cariche, il sangue, i morti. I social si riempiono di immagini strazianti; poi di colpo sparisce tutto. Tutto spento. Non si vede più nulla. Il buio. Il governo taglia ogni connessione con il mondo, spegne Internet in un blackout totale delle comunicazioni, il più lungo nella storia della repubblica degli ayatollah.

Qui arriva il secondo tassello. Ash ha raccontato di aver sentito, in quel momento, una specie di vertigine: si è chiesto com’è possibile che tutto questo sparisca, che di una simile tragedia non resti traccia. In quel momento ha preso la sua decisione: se la tecnologia aveva silenziato le proteste, se il blocco della rete aveva reso cieco il mondo, allora lui avrebbe usato gli stessi mezzi per rovesciare la situazione; avrebbe usato la tecnologia per lasciare una testimonianza. Così è nata l’idea di Dreams of Violets.

La decisione era presa; ma poi, come poteva fare? Non poteva filmare in Iran, sarebbe stata una condanna; non aveva un produttore, non aveva un finanziatore, non aveva attori, nemmeno una troupe. Aveva solo suo fratello, al di là dell’Atlantico, con le sue AI: uno che poteva dargli una mano la sera, dopo il lavoro in Claigrid.

L’intelligenza artificiale era l’unica strada percorribile, l’unico strumento che poteva permettergli di fare il suo film e dare dignità alle sofferenze del suo popolo. Nel comunicato uscito a margine del film lo ha detto chiaramente: non è mai stato un esercizio di stile; Dreams of Violets avrebbe voluto girarlo con una troupe, con attori veri, ma tutto questo non era possibile, almeno non per lui, in esilio, senza la possibilità di tornare in Iran e senza investitori.

Un film realizzato con duemila dollari

Così comincia una lavorazione febbrile: circa due mesi e mezzo con un budget di appena duemila dollari. Per quella cifra può usare solo strumenti alla portata di tutti: Kling per generare i video, Google Nano Banana per le immagini e i fotogrammi di base, Gemini per la ricerca, Claude per sistemare la lingua e mettere ordine nei pensieri.

Attenzione, però, a un dettaglio che molti hanno frainteso: la sceneggiatura non l’ha scritta una macchina, l’ha scritta lui; la colonna sonora l’ha composta lui; il montaggio l’ha fatto lui e ha anche prestato la propria voce a tutti i personaggi, uno per uno, poi ha usato l’intelligenza artificiale per trasformarla, per farla diventare quella di una donna sui vent’anni o di un uomo anziano.

Una sola voce che vale per tutti, che parla per tutti.

Dirigere un film così, ha raccontato, è molto più complesso di quanto si possa immaginare. Sì, la realizzazione materiale è stata affidata alle macchine, ma bisogna decidere tutto, la fotografia, la scenografia, improvvisarsi anche costumisti: le decisioni, le indicazioni, il disegno di ogni dettaglio alle macchine deve essere fornito.

Fra tutte quelle decisioni che ha dovuto prendere, però, una è stata quella più difficile, la più delicata di tutte: che volto dare ai suoi personaggi. In un altro contesto sarebbe stata solo una scelta di stile, magari di budget, di casting; in questa storia, è invece una scelta tra la vita e la morte.

Deepfake per proteggere i volti

Seguitemi, perché qui i concetti che pensiamo di conoscere e di maneggiare con competenza assumono tutt’un altro aspetto. Si ribaltano. Parliamo dei deepfake. Noi li abbiamo imparati a temere: rubano i volti, mettono in bocca alle persone parole mai dette o costruiscono scene che non sono mai avvenute; vi ricordate forse Papa Francesco con il piumino, o il finto arresto di Donald Trump. Kooshà ha preso la tecnologia dei deepfake e l’ha invertita.

Le storie del film sono vere, ricavate da reportage, fotografie, testimonianze; alcuni personaggi nascono da persone che lui ha conosciuto davvero, e le loro immagini, i loro volti sono stati usati come riferimento, come reference. Nessun volto che appare sullo schermo, però, è riconducibile alla persona a cui si ispira. Li ha inventati da capo tutti, uno per uno, perché un viso riconoscibile, in Iran, può trasformarsi in una condanna a morte. La tecnologia della menzogna, in mano sua, è diventata una tecnologia della salvezza: serve a fare in modo che nessuno possa essere identificato e punito.

Dreams of Violets è la risposta alla domanda che è nata nella mente di Ash dopo l’arresto del 2007. Come si documenta la repressione senza esporre nessuno? Senza aggiungere altre persecuzioni? La risposta che ha trovato è trasformare tutti, sullo schermo, in persone sintetiche. Con un film in cui non c’è un solo volto vero da incriminare.

Ma anche questa scelta ha un prezzo. Ash Kooshà lo ha scoperto, insieme agli applausi, in una sala di New York; lo vedremo tra poco.

Tra documentario e finzione

Per capire meglio come è costruito il film vi racconto una scena: c’è un vicolo di Teheran, all’alba: cinque sconosciuti che si incontrano per caso mentre i soldati giustiziano i feriti strada per strada. Sopra di loro, affacciato a una finestra, c’è Amir, un bambino su una sedia a rotelle che guarda tutto, e sceglie di agire. Quel bambino non è mai esistito. Ma quello che vede, invece, sì, è successo.

Il film è fatto così: per l’80% è ricostruzione dettagliata, il resto è immaginazione; in parte documentario, in parte film. Lui lo chiama un film memoriale.

Kooshà non ha nascosto il peso che anche per lui ha avuto questa decisione, che è insieme tecnica e morale. Si è chiesto che diritto si abbia di rifare, di ri-rappresentare con una AI, il dolore di persone morte davvero.

Mi viene in mente, allora, una poesia di Fernando Pessoa: il poeta è un fingitore; finge così completamente che arriva a fingere che sia dolore il dolore che davvero sente.

Ecco, forse ogni artista, in fondo, è un fingitore che finge il vero dolore.

Il debutto al Tribeca Film Festival

Dopo questo percorso travagliato Dreams of Violets entra al Tribeca Film Festival: è il primo lungometraggio live-action interamente generato con l’intelligenza artificiale ad approdare in un grande festival. Prima ancora di essere proiettato, l’industria si era già divisa; forse qualcuno, a New York, in cuor suo sperava che fallisse, perché il successo di un film di questo tipo manderebbe in frantumi le vecchie regole del cinema: pensateci duemila dollari per un film di successo generato con l’AI sarebbero un vero scossone.

Jane Rosenthal, che il Tribeca lo ha fondato, ha difeso la scelta: il festival, dice, ha sempre dato spazio a chi spinge in avanti i confini del cinema, e questo film usa una tecnologia emergente non come esercizio di stile, ma per raccontare una storia profondamente umana.

Dopo la proiezione, il pubblico e gli addetti ai lavori si sono spaccati. C’è chi lo ha apprezzato e in sala ha applaudito, e chi invece ha storto il naso.

La valle perturbante

Per capire che cosa è successo ci serve una parola nuova: uncanny valley, la valle perturbante. L’ha coniata nel 1970 un ingegnere robotico giapponese, Masahiro Mori, che aveva notato una cosa strana: quando i robot sembrano usciti da un fumetto o da un cartone animato ci piacciono;

quando sono perfettamente uguali alle persone ci piacciono; in mezzo c’è l’uncanny valley, quando il robot tende ad assomigliare alle persone ma non perfettamente, e allora ci inquieta, lo troviamo disturbante. Per alcuni il film sta nell’uncanny valley. The Wrap scrive che le facce sono spettrali, sospese tra l’esistere e lo sparire, e parla di un film che atterra con un tonfo invece che con il boato di una rivoluzione; Variety lo tratta da vetrina tecnologica più che da film compiuto, bello a tratti, ma vuoto al centro. I personaggi, scrivono, non prendono mai vita davvero.

C’è un’ironia amara in queste critiche: quei volti non potevano somigliare a nessuno, era la condizione per proteggere i vivi; ma la stessa maschera che ha salvato le persone è quella che impedisce ai personaggi di sembrare persone. Il suo grande pregio è anche il suo difetto.

Il lavoro creativo nell’epoca dell’AI

C’è poi un’altra questione spinosa, quella che riguarda da vicino chi lavora con la tecnologia. Mentre l’AI che genera un film per Ash Kooshà è una conquista, dall’altra parte c’è chi vede in Dreams of Violets il concretizzarsi di una minaccia. I sindacati degli attori temono che questa tecnologia tolga il lavoro a migliaia di persone, tra attori, truccatori e tutto l’indotto; James Cameron ripete che l’intelligenza artificiale non sostituirà mai attori e artisti; Guillermo del Toro è arrivato a dire che preferirebbe morire piuttosto che usarla. Kooshà ribatte che la sua società creerà almeno duecento posti di lavoro che prima non esistevano, e immagina un cinema fatto di tanti piccoli studi, in cui ogni autore diventa la sua propria casa di produzione. Una decentralizzazione del cinema, insomma.

L’intelligenza artificiale è una questione complessa, con mille sfaccettature, basta guardarla da vicino per capirlo. Dalla prospettiva di Ash Kooshà il suo film AI è un atto di libertà; visto dalle colline di Hollywood è una minaccia esistenziale.

Quando il falso protegge la verità

Torniamo, un’ultima volta, a quel bassista di poco più di vent’anni su cui si sono calati i militari dagli elicotteri. Diciannove anni dopo, lo stesso uomo ha fatto un film che nessun elicottero può interrompere, con persone che nessuno può arrestare; perché in quel film non c’è una sola persona vera da portare in cella. La stessa tecnologia che oggi ci spaventa, quella che falsifica la realtà, con lui è servita a proteggere un popolo.

Vi lascio con una domanda a cui io so trovare una risposta. Cosa dobbiamo imparare sul nostro mondo, quando l’unico modo per mostrare la verità è rendere tutto finto? Che cosa stiamo guadagnando; e che cosa stiamo perdendo?

Un’ultima nota personale: magari i più attenti lo hanno notato, l’inizio di questa puntata è un omaggio (magari un po’ goffo) a Gabriel García Márquez e all’incipit di Cent’anni di solitudine.

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