Nella ventottesima puntata di Grande Giove si entra nei centri Nemo a Nemo Lab per esplorare un modello di cura integrata che unisce assistenza multidisciplinare, associazioni dei pazienti e innovazione tecnologica

PROFESSIONISTI PER IL LAVORO NELL'ERA DIGITALE

Nella ventottesima puntata di Grande Giove si entra nei centri Nemo a Nemo Lab per esplorare un modello di cura integrata che unisce assistenza multidisciplinare, associazioni dei pazienti e innovazione tecnologica
I radar satellitari falliscono nel mappare il cedimento del suolo: la vegetazione falsa i dati, minacciando i piani di sicurezza
Qui l’obiettivo è ridurre le emissioni di gas serra del cemento. Viaggio nel laboratorio francese dove si studiano miscele capaci di rendere l’impronta climatica del calcestruzzo meno pesante

È successo durante tre giorni di digital detox retreat in Val di Fassa, sotto la guida di Alessio Carciofi. Per capire come si fa a rimettere lo smartphone al suo posto

L’inizio del secondo mandato di Trump è coinciso con un’accelerazione dei piani per la sovranità digitale europea: ecco tutte le realtà che si allontanano dalle big tech

Con il Tech Sovereignty Package la sovranità digitale europea sta diventando una cosa seria, dopo anni in cui è sembrata soprattutto una formula da convegno, buona per aprire panel istituzionali e dichiarazioni programmatiche; oggi, invece, scende nel terreno più difficile, quello dove non bastano più i principi e servono chip, energia, cloud, software, capitali, competenze e una capacità industriale che l’Europa non può più fingere di avere già.
Il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha presentato il suo Tech Sovereignty Package, un pacchetto pensato per rafforzare l’autonomia tecnologica dell’Unione in quattro aree decisive: semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud e open source. Nel cuore del piano ci sono due proposte legislative, il Cloud and AI Development Act e il Chips Act 2.0; accanto a queste, una nuova strategia europea per il software open source e una roadmap per digitalizzazione e AI nel settore dell’energia. Il quadro ufficiale è contenuto nella pagina della Commissione dedicata alla European tech sovereignty, ma il significato politico del pacchetto è più profondo della somma dei provvedimenti: Bruxelles sta dicendo che la dipendenza tecnologica non può più essere considerata una conseguenza naturale della globalizzazione digitale, perché è diventata una vulnerabilità da misurare, ridurre e governare.
Per anni l’Europa ha costruito il suo ruolo nel digitale soprattutto attraverso le norme: GDPR, Digital Services Act, Digital Markets Act, AI Act; ha regolato i mercati, imposto vincoli ai gatekeeper, introdotto diritti per i cittadini e responsabilità per le piattaforme. Questa stagione ha avuto un merito enorme, perché ha dato all’Europa una voce propria nel mondo digitale; nello stesso tempo ha mostrato un limite che oggi è diventato evidente, perché si può regolare una tecnologia senza possederla, si può chiedere trasparenza a un algoritmo senza controllare i server su cui gira, si può pretendere conformità da un modello AI senza avere abbastanza infrastrutture per addestrarne uno europeo su scala globale.
Il nuovo pacchetto nasce dentro questa tensione. L’Europa vuole essere un continente dell’intelligenza artificiale, ma l’AI oggi non vive soltanto nei laboratori universitari o nelle slide delle startup; vive nei data center, nei contratti cloud, nelle GPU, nei sistemi di raffreddamento, nelle reti elettriche, nei modelli fondativi e nelle piattaforme che le imprese usano ogni giorno, spesso senza più chiedersi da chi dipendano davvero. La sovranità digitale non riguarda più soltanto il luogo in cui vengono conservati i dati; riguarda chi può accedervi, sotto quale giurisdizione, con quale catena di fornitura e con quale margine di controllo per chi quei dati li produce, li elabora e li trasforma in valore.
Il Cloud and AI Development Act, spesso indicato con l’acronimo CADA, è il pezzo più interessante del pacchetto, perché mette insieme due mondi che per troppo tempo sono stati raccontati come separati: il cloud, cioè l’infrastruttura invisibile dell’economia digitale, e l’intelligenza artificiale, che senza quella infrastruttura resta promessa, esperimento o applicazione limitata. La Commissione vuole creare le condizioni per aumentare la capacità europea di calcolo, attrarre investimenti nei data center, rafforzare l’offerta cloud e sostenere lo sviluppo di soluzioni AI più controllabili, meno esposte a dipendenze esterne e più coerenti con il quadro regolatorio europeo.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: aumentare in modo significativo la capacità dei data center europei nei prossimi anni, con una particolare attenzione alla sostenibilità, perché la sovranità tecnologica europea non può essere costruita copiando semplicemente il modello americano, basato su una concentrazione gigantesca di potenza computazionale e consumo energetico. Se l’AI diventa infrastruttura, l’energia diventa politica industriale; se il cloud diventa la base dell’economia, il data center smette di essere un edificio tecnico ai margini delle città e diventa una fabbrica del futuro, anche quando non produce oggetti visibili.
Qui si vede il cambio di passo: finora l’Europa ha spesso parlato di autonomia tecnologica come di una difesa dei dati; ora prova a spostarsi sulla capacità produttiva, cioè sulla possibilità di avere infrastrutture, software e competenze in grado di sostenere imprese, pubbliche amministrazioni, ricerca e servizi essenziali. La differenza è enorme: difendere i dati significa proteggere ciò che già esiste, costruire infrastrutture significa provare a decidere dove andrà l’economia digitale nei prossimi dieci anni.
Il punto più delicato riguarda i cloud provider stranieri, soprattutto americani. Microsoft, Amazon e Google dominano gran parte del mercato cloud europeo, mentre Nvidia controlla una quota decisiva della filiera hardware che alimenta l’intelligenza artificiale. Non si tratta di demonizzare queste aziende, perché senza di loro molte imprese europee non avrebbero potuto innovare con la stessa velocità; il problema nasce quando la dipendenza diventa struttura, quando ogni nuova applicazione AI, ogni migrazione cloud, ogni servizio critico, ogni archivio sanitario, bancario o industriale finisce per poggiare su tecnologie che l’Europa usa, regola, compra, ma non governa davvero.
Il passaggio più concreto del pacchetto riguarda i criteri di sovranità nei servizi cloud destinati ai settori strategici. Sanità, banche, energia, pubbliche amministrazioni e infrastrutture essenziali non sono comparti qualsiasi; sono luoghi in cui il dato non è soltanto una risorsa economica, ma una parte del funzionamento dello Stato, delle imprese e della vita quotidiana dei cittadini.
Qui si innesta uno dei nodi più discussi: fino a che punto un cloud può dirsi europeo se è gestito da una società soggetta a una giurisdizione extra UE? Il tema non è nuovo, perché sentenze come Schrems II hanno già mostrato che la geografia del dato non basta, se il controllo giuridico e operativo può arrivare da altrove. Per questo il cloud sovrano non può essere ridotto a un’etichetta commerciale; deve diventare una combinazione verificabile di controllo, autonomia operativa, apertura tecnologica e conformità alle leggi europee.
Negli ultimi anni molti vendor hanno risposto a questa pressione con offerte localizzate, joint venture europee, regioni cloud dedicate, impegni sulla residenza dei dati e modelli di controllo separato. È un movimento importante, ma non risolve da solo il problema; anzi, lo rende più sottile, perché l’Europa dovrà distinguere tra sovranità reale e sovranità confezionata per il marketing.
Per le imprese italiane questo passaggio è tutt’altro che teorico. La scelta del cloud non sarà più soltanto una valutazione su costo, performance e scalabilità; diventerà una decisione di rischio, compliance e continuità operativa. Chi gestisce dati sensibili, processi industriali, sistemi AI interni, servizi pubblici o piattaforme rivolte ai cittadini dovrà chiedersi non solo dove si trovano i dati, ma quale potere ha davvero sul proprio stack tecnologico.
È la stessa linea che Digitalic ha raccontato parlando di cloud sovrano, dove il tema centrale non è chiudersi in un recinto nazionale, ma costruire un modello in cui governance, auditabilità e controllo non arrivino dopo, come correzione tardiva, ma siano progettati dall’inizio.
Il secondo pilastro del pacchetto è il Chips Act 2.0, che nasce da una constatazione semplice: l’intelligenza artificiale è fatta di modelli, ma corre sui chip. L’Europa può avere università eccellenti, startup brillanti e imprese industriali con dati di enorme valore; se però non controlla almeno una parte significativa della filiera dei semiconduttori, resta esposta a ogni scossa geopolitica, commerciale o produttiva che attraversa Stati Uniti, Taiwan, Cina, Corea e Giappone.
Il primo Chips Act europeo, entrato in vigore nel 2023, aveva fissato un obiettivo molto ambizioso: arrivare al 20% della produzione mondiale di semiconduttori entro il 2030. Il nuovo intervento prova a rilanciare quella traiettoria, perché l’AI ha reso la questione ancora più urgente. I chip non sono più solo componenti per smartphone, auto o macchinari industriali; sono il collo di bottiglia della nuova economia computazionale.
In questo senso, la geografia dell’intelligenza artificiale non si misura solo sulla mappa delle startup, ma sulla distribuzione dei nodi di calcolo, dei supercomputer, delle AI factory, delle reti energetiche e dei fornitori hardware. L’Europa sta cercando di costruire una risposta distribuita, fatta di infrastrutture pubbliche, centri di ricerca, progetti nazionali e cooperazione industriale; resta però il problema della scala, perché l’AI globale corre a una velocità che premia chi può investire decine di miliardi in pochi anni.
La sovranità digitale europea, quindi, non può essere un esercizio romantico di autosufficienza; deve essere una strategia selettiva, capace di capire dove l’Europa deve controllare direttamente, dove può costruire alleanze e dove deve evitare dipendenze troppo concentrate. Cloud, chip e modelli AI sono livelli della stessa architettura; se uno solo resta totalmente in mano ad altri, l’autonomia diventa una parola fragile.
Nel pacchetto della Commissione c’è anche una strategia sull’open source, e non è un dettaglio. Se la sovranità digitale europea venisse interpretata soltanto come sostituzione dei grandi fornitori americani con pochi grandi fornitori europei, il rischio sarebbe evidente: cambierebbe la bandiera, non il modello di dipendenza.
L’open source offre invece un’altra possibilità, perché distribuisce conoscenza, rende ispezionabile il codice, riduce il lock-in, favorisce ecosistemi locali e permette alle pubbliche amministrazioni di non consegnare interi processi a piattaforme chiuse. Naturalmente l’open source non è gratuito per magia, non elimina i costi di integrazione, non garantisce da solo sicurezza e qualità; ma offre una base diversa, più compatibile con l’idea europea di autonomia come controllo condiviso, non come isolamento.
Il tema è emerso con forza anche al Nextcloud Summit 2026, dove la sovranità digitale non è stata raccontata come nostalgia anti americana, ma come capacità concreta di costruire alternative praticabili. La partita si gioca qui: l’Europa non può limitarsi a dire che vuole più sovranità, deve dimostrare che le alternative funzionano, scalano, costano il giusto, si integrano nei processi reali e offrono alle imprese una ragione economica per cambiare.
Nessun CIO sceglierà una soluzione europea solo per patriottismo digitale, se quella soluzione è più debole, più complessa o meno affidabile. La sovranità entra davvero nel mercato quando diventa anche qualità del servizio, continuità, sicurezza, semplicità di adozione e vantaggio competitivo.
Il punto più interessante del Tech Sovereignty Package (https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/eu-tech-sovereignty) è anche il più complesso: l’Europa lancia il suo piano di autonomia nel momento in cui la dipendenza da infrastrutture non europee è forse più forte che mai. L’intelligenza artificiale ha moltiplicato il fabbisogno di cloud, GPU, data center, energia e piattaforme; molte imprese europee stanno adottando strumenti AI costruiti su modelli americani, distribuiti tramite cloud americani, accelerati da chip americani o asiatici, integrati in software aziendali sviluppati da vendor globali.
Questo non rende inutile il piano europeo, anzi lo rende necessario; però obbliga a evitare l’illusione della svolta immediata. La sovranità digitale europea non nascerà per decreto, perché nessun regolamento può creare da solo una filiera industriale, nessuna strategia può sostituire anni di investimenti mancati, nessun appalto pubblico può colmare all’istante il divario di scala con gli hyperscaler.
La Commissione può fare molto: definire criteri, orientare la domanda pubblica, sostenere investimenti, favorire consorzi, ridurre frammentazioni, costruire infrastrutture comuni. Gli Stati membri possono fare altrettanto, se smettono di trattare il digitale come una somma di progetti nazionali scollegati. Le imprese, però, dovranno decidere se considerare la sovranità come un vincolo imposto da Bruxelles o come una componente della propria strategia.
Qui si apre il passaggio più importante per il mercato italiano. Le aziende che oggi lavorano su AI, cloud, cybersecurity, ERP, manifattura digitale, dati industriali e servizi pubblici devono iniziare a mappare le proprie dipendenze tecnologiche. Non basta sapere quali software si usano; bisogna capire dove girano, con quali fornitori, con quali subfornitori, con quali clausole contrattuali, con quali rischi di accesso, blocco, trasferimento o indisponibilità.
L’AI Act ha già imposto una nuova disciplina sui sistemi di intelligenza artificiale; il conto alla rovescia verso le sanzioni, raccontato da Digitalic nell’articolo sull’AI Act, mostra che la regolazione europea sta diventando operativa. Il Tech Sovereignty Package aggiunge un livello ulteriore: non basta che l’AI sia conforme, deve poggiare su basi infrastrutturali più controllabili.
Per i CIO il tema diventa una questione di architettura: ogni scelta cloud deve essere valutata anche in termini di sovranità, portabilità e reversibilità. Per i CISO diventa una questione di rischio: la supply chain tecnologica non comprende solo software e vendor, ma giurisdizioni, dipendenze operative, accessi amministrativi, data center, aggiornamenti e servizi gestiti. Per i CEO diventa una questione di competitività: chi controlla meglio dati e infrastrutture può proteggere meglio il proprio know-how, negoziare meglio con i fornitori e reagire meglio alle crisi.
La sovranità digitale europea, in questa prospettiva, non è un ritorno al passato, ma una forma di maturità: dopo anni in cui il cloud è stato venduto come una nuvola senza confini, l’Europa sta ricordando a se stessa che ogni nuvola ha un proprietario, un contratto, una legge applicabile, una rete elettrica, un luogo fisico e una catena di comando.
Il Tech Sovereignty Package non risolve tutto, ma segna una direzione: l’Europa vuole smettere di essere soltanto il mercato regolato delle tecnologie altrui e provare a diventare un luogo in cui le tecnologie strategiche vengono anche costruite, controllate e adattate ai valori europei. Sarà una strada lunga, piena di compromessi e di dipendenze residue; però il punto di partenza è ormai chiaro, perché nell’era dell’AI la libertà digitale non si misura più soltanto nei diritti degli utenti, ma nella capacità di decidere su quali infrastrutture gira il futuro.
L’articolo L’Europa vuole liberarsi dalle Big Tech: arriva il Tech Sovereignty Package, il piano per la sovranità digitale europea è un contenuto originale di Digitalic.

Il 9 giugno Anthropic ha messo in mano al pubblico il modello più potente che avesse mai rilasciato; il 12 giugno, alle 17:21 ora di New York, lo ha dovuto spegnere. In mezzo ci sono tre giorni, una direttiva del governo americano firmata dal Segretario al Commercio Howard Lutnick e un’azienda, quella di Dario Amodei, che si trova a smontare in poche ore il proprio fiore all’occhiello per non violare la legge. Claude Fable 5 nasce come la cosa più ambiziosa uscita finora dai laboratori di San Francisco; oggi è il caso che racconta meglio di qualsiasi keynote quanto sia diventato fragile, e politico, il confine tra un modello di frontiera e un’arma.
Fable 5 appartiene alla classe Mythos, un livello che Anthropic colloca sopra la famiglia Opus. È il primo modello di questa classe reso disponibile al grande pubblico: fino ad aprile la tecnologia Mythos viveva chiusa dentro Project Glasswing, un programma riservato a un pugno di operatori di cybersicurezza e infrastrutture critiche. Secondo i dati pubblicati da Anthropic nel post di lancio, Fable 5 è allo stato dell’arte su quasi tutti i benchmark di capacità misurati, con un vantaggio che cresce man mano che il compito si allunga e si complica.
La differenza rispetto a Opus 4.8 non è di facciata; è il salto sui lavori lunghi, autonomi, asincroni. Stripe, in test anticipati, racconta che il modello ha compresso mesi di ingegneria in giorni: su una base di codice Ruby da 50 milioni di righe ha portato a termine in una giornata una migrazione che a un team umano sarebbe costata oltre due mesi. Sulla valutazione FrontierCode di Cognition, Fable 5 ottiene il punteggio più alto tra i modelli di frontiera anche a sforzo medio, usando meno token dei modelli Claude precedenti. È un dettaglio che ai CIO interessa più del benchmark in sé: più capacità a parità di costo computazionale.
C’è poi la parte che chiude un capitolo aperto da anni. Fable 5 è il nuovo riferimento per i compiti di visione: estrae numeri precisi da figure scientifiche, ricostruisce il codice sorgente di una web app a partire dai soli screenshot, e, dettaglio quasi poetico, ha completato il videogioco Pokémon FireRed usando solo le immagini grezze dello schermo, senza le impalcature di supporto che servivano ai modelli precedenti.
Per chi integra i modelli nei propri prodotti, la vera novità architetturale ha un nome preciso: i classificatori di sicurezza. Fable 5 viaggia con un secondo sistema di AI che intercetta le richieste potenzialmente pericolose prima che il modello principale risponda. Quando la domanda tocca tre aree sensibili, cybersicurezza, biologia e chimica, e tentativi di distillazione, la risposta non arriva da Fable 5 ma viene dirottata su Claude Opus 4.8; l’utente viene avvisato, e per quelle richieste non paga il prezzo di Fable. Anthropic dichiara che il fallback scatta in media in meno del 5% delle sessioni: nel restante 95%, la resa è di fatto identica a quella di Mythos 5.
Mythos 5, appunto, è la stessa identica base di Fable 5, ma con i blocchi di cybersicurezza rimossi; resta confinata ai partner di Glasswing, perché possiede, parole di Anthropic, le capacità di cybersicurezza più forti di qualsiasi modello al mondo. La distinzione tra i due, lo spiega l’azienda, è tutta nei guardrail; il nome Fable, dal latino fabula, e Mythos, dal greco, raccontano la stessa cosa con un grado diverso di prudenza.
Va segnalato un punto che cambia le carte per le aziende europee: usare Fable comporta una ritenzione obbligatoria dei dati per 30 giorni a fini di monitoraggio della sicurezza. Anthropic precisa che quei dati non verranno usati per addestrare nuovi modelli; resta però una condizione che chi ragiona di sovranità del dato deve mettere a bilancio.
La promessa operativa è che Fable 5 regge da solo compiti che durano giorni, senza che qualcuno gli stia dietro a ogni passo. Sul lavoro di conoscenza, sul benchmark finanziario di Hebbia per il ragionamento di livello senior, ottiene il punteggio più alto di qualsiasi modello, con guadagni netti nella lettura di documenti, tabelle e grafici. Tradotto: analisi finanziaria, legale, di ricerca su materiale denso, dove prima serviva spezzare il lavoro in cento prompt. Diversi clienti in accesso anticipato, da Cursor a GitHub, raccontano la stessa cosa con parole diverse: si è aperta una classe di problemi a lungo orizzonte che ai modelli precedenti restava fuori portata.
Il listino è chiaro e premium: 10 dollari per milione di token in input e 50 dollari per milione di token in output, con lo sconto del 90% sui token in input grazie al prompt caching. È meno della metà di quanto costava Claude Mythos Preview, ma è il doppio di Opus 4.8, che parte da 5 dollari in input e 25 in output. Fable 5 si paga, e si paga da modello di punta.
Sul fronte della disponibilità, e qui correggo una data che circola sbagliata, la finestra promozionale non arrivava al 25 giugno. Anthropic l’ha fissata diversamente a seconda del canale: su Claude API e sui piani Enterprise a consumo, Fable 5 era pienamente disponibile fin dal primo giorno, a pagamento; sugli abbonamenti Pro, Max, Team ed Enterprise a posto era incluso senza costi aggiuntivi dal 9 giugno e fino al 22 giugno. Dal 23 giugno l’uso avrebbe richiesto usage credit, con l’impegno a reintegrarlo come funzione standard appena la capacità lo avesse permesso. Scrivo “era” e “avrebbe” non per vezzo grammaticale: perché nel frattempo è successo qualcosa che ha reso obsoleta tutta questa pianificazione.
Sul confronto con i concorrenti serve onestà sulle fonti: i numeri che seguono sono i benchmark pubblicati da Anthropic stessa, quindi vanno letti come la fotografia che dà l’azienda, non come un test indipendente. Su SWE-Bench Pro, la prova che misura la soluzione di problemi reali di ingegneria del software, Anthropic riporta Fable 5 all’80,3%, Opus 4.8 al 69,2%, il GPT-5.5 di OpenAI al 58,6% e il Gemini 3.1 Pro di Google al 54,2%. Il distacco, dice l’azienda, si allarga proprio sui compiti lunghi e complessi.
Sul prezzo il discorso si ribalta: a 10 e 50 dollari per milione di token, Fable 5 si posiziona nella fascia alta del mercato, e va valutato non come modello tuttofare per il chatbot quotidiano, ma come strumento per il lavoro più impegnativo, dove il tempo umano risparmiato giustifica la spesa. Per chi cerca un confronto puntuale dei listini token di GPT-5.5 e Gemini, conviene verificarli sulle pagine ufficiali dei due fornitori, perché cambiano spesso e non vanno dati a memoria.
Tre giorni dopo il lancio è arrivata la lettera. Il 12 giugno alle 17:21 ET, il governo USA, citando autorità di sicurezza nazionale, ha emesso una direttiva di export control che sospende ogni accesso a Fable 5 e Mythos 5 da parte di qualunque cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti, inclusi i dipendenti stranieri della stessa Anthropic. L’effetto pratico è che l’azienda, per non poter applicare il divieto in modo selettivo senza tagliare fuori una fetta enorme di utenti e parte del proprio personale, ha scelto di spegnere i due modelli per tutti i clienti del mondo. Tutti gli altri modelli Claude restano attivi.
La ragione, secondo la ricostruzione di Anthropic, sarebbe un presunto metodo per aggirare i guardrail di Fable; un’altra azienda avrebbe mostrato al governo una tecnica di jailbreak. Amodei ribatte che la capacità in questione, in sostanza chiedere al modello di leggere un codice e trovarne i difetti, è ampiamente disponibile anche in altri modelli pubblici, OpenAI GPT-5.5 compreso, ed è usata ogni giorno dai difensori che tengono in piedi i sistemi. La posizione dell’azienda è netta: ritirare un modello commerciale distribuito a centinaia di milioni di persone per un jailbreak ristretto, se diventasse lo standard del settore, fermerebbe di fatto ogni nuovo rilascio di ogni laboratorio di frontiera.
Lo scontro non nasce oggi. È il capitolo più recente del braccio di ferro tra l’amministrazione americana e l’azienda, la stessa vicenda in cui il Pentagono aveva già classificato Anthropic come rischio per la catena di fornitura, etichetta storicamente riservata agli avversari geopolitici. Per i CIO italiani il punto è ancora più diretto: in quanto cittadini stranieri, l’accesso a Fable 5 è precluso a prescindere dall’abbonamento, e lo è proprio adesso. La corsa al modello più potente, quella che passa anche dalla fame di compute e di infrastruttura raccontata nelle ultime settimane, si scontra con un confine che non è tecnico ma di Stato.
Anthropic dice di considerare la direttiva un fraintendimento e di lavorare per ripristinare l’accesso il prima possibile, senza però indicare tempi. Nel mentre, chi stava valutando Fable 5 per progetti reali si trova con uno strumento dimostrato e non utilizzabile, e con una domanda che pesa più del listino: quanto vale costruire la propria operatività su un modello che un governo può spegnere nel mondo intero in poche ore. La stessa azienda che ha appena aperto i battenti a Milano, con lo sbarco italiano di Anthropic e i suoi clienti enterprise, e che continua a tenere il punto contro Washington sui limiti da non superare, mostra in tre giorni tutta l’ambivalenza del momento.
Fable 5 è la prova che la frontiera dell’AI è arrivata dove le sue capacità diventano questione di sicurezza nazionale; e che la sovranità digitale, per chi lavora in Europa, non si gioca più solo sulle regole, ma su chi tiene la mano sull’interruttore.
L’articolo Claude Fable 5: il modello più potente di Anthropic, rilasciato e ritirato in 3 giorni è un contenuto originale di Digitalic.

Arriva Siri AI e Apple promette di recuperare la didtanza che la separa dei grandi dell’AI, sono che non poteva farlo da sola e aveva due soluzioni sul tavolo: quella di Anthropic giudicata migliore e quella di Google che costava meno e si inseriva in un rapporto già aperto sulla ricerca: ha preso la seconda soluzione. Prima ancora delle animazioni nuove e delle risposte più sciolte, è questa la notizia di Siri AI, presentata alla WWDC26 l’8 giugno 2026 a Cupertino: l’azienda che ha fatto dell’integrazione verticale una religione ha affittato la mente del suo prodotto più intimo, e per giunta ha scelto il secondo della lista, non il migliore. La sigla “AI”, va detto subito, qui non significa Artificial Intelligence ma Apple Intelligence; un gioco di marketing che racconta meglio di mille slide l’ambizione di intestarsi una rivoluzione di cui nella realtà non è protagonista.
Per quindici anni Siri ha fatto una cosa sola: eseguire un ordine alla volta, e spesso male. Siri AI prova a diventare un’altra cosa; tiene il filo del discorso su più richieste, legge quello che c’è sullo schermo, agisce dentro le app, cerca sul web, sincronizza le conversazioni tra dispositivi via iCloud, così una domanda iniziata sull’iPhone ricompare con tutto il contesto sull’iPad un’ora dopo. Esce dal guscio dell’assistente vocale: vive in un’app dedicata, entra in Spotlight su Mac, diventa un orb sospeso in visionOS, sbarca su Apple Watch come interlocutore vero e non più come esecutore di comandi.
Le ricadute toccano molto dell’iPhone: editing più spinto in Foto, pannelli per argomento e avvisi sui cambi pagina in Safari, bonifica delle password deboli, immagini fotorealistiche in Image Playground, risposte contestuali in Messaggi e Mail, comandi rapidi creati a voce descrivendo il risultato. La visione è fedele alla grammatica del marchio: non vendere la potenza del modello, come fanno tutti, ma un’intelligenza personale che si dissolve nel quotidiano fino a sparire. Da dove nasce questo disegno lo avevamo raccontato spiegando come funziona Apple Intelligence; perché sia arrivato con due anni di ritardo lo trovate in Apple ritarda la nuova versione AI di Siri.
L’impianto resta a due piani: gran parte del lavoro sul dispositivo, i compiti pesanti su Private Cloud Compute. Cambia chi pensa nel cloud. Secondo le ricostruzioni di Mark Gurman per Bloomberg, il vecchio modello cloud di Apple si fermava intorno ai 150 miliardi di parametri; il Gemini su misura ne porta circa 1.200 miliardi, un salto di categoria nella capacità di capire una richiesta e sintetizzare una risposta. Apple non ha mai pubblicato i termini tecnici dell’accordo, quindi queste cifre restano reporting, non dichiarazioni dell’azienda; ne va tenuto conto prima di trattarle come verità incise. La spartizione dei compiti, sempre stando a Bloomberg, è netta: Gemini governa sintesi e pianificazione, cioè la parte che scompone un problema complesso e decide come rispondere, mentre alcune funzioni continuano a girare sui modelli interni di Apple. Sopra ci sta la ricerca web con risposte generate, in casa battezzata “World Knowledge Answers”, che porta Siri AI a sfidare frontalmente i motori conversazionali di OpenAI e Perplexity.
Il fornitore è Google: è il punto che fa scricchiolare la narrazione tipica Apple, perché Google è lo stesso concorrente che ogni anno versa ad Apple miliardi per restare la ricerca predefinita su Safari; adesso i soldi tornano indietro, circa un miliardo l’anno secondo Bloomberg, per un Gemini personalizzato che gira sui server di Cupertino. Il flusso di denaro che si inverte è già una notizia. Lo è ancora di più la scelta a monte: messi a confronto i modelli, quello di Anthropic sarebbe risultato migliore, ma ha vinto Google perché conveniva, anche per la relazione preesistente sulla ricerca. Un’azienda che ha costruito il mito sul “facciamo la cosa migliore, non la più economica” ha appena fatto il contrario sul componente che conta di più. Per pesare cosa significhi avere Gemini sotto il cofano conviene rileggere come Gemini sia diventato il sistema operativo invisibile di Google.
La privacy è stata per anni la promessa centrale: calcolo sul dispositivo, indirizzi IP oscurati, dati che non lasciano l’iPhone, e quando lo lasciano finiscono in un Private Cloud Compute progettato per non vedere nulla. Quella architettura sopravvive, e il Gemini su misura, stando alle ricostruzioni, gira proprio lì dentro, sotto controllo Apple, senza transitare dai server di Google. Sul piano dei dati, quindi, cambia meno di quanto sembri, ma cambia tutto sul piano del racconto, dello story telling. La stessa parola che fino a ieri serviva a vendere Siri, oggi serve a non venderla in Europa: Apple sostiene che le regole europee sull’interoperabilità imporrebbero ad assistenti di terze parti un accesso quasi illimitato al dispositivo, e quindi un rischio per gli utenti: la privacy che diventa uno scudo.
Siri AI arriva agli sviluppatori dal 9 giugno, beta pubblica il mese dopo, rilascio in autunno con iOS 27, iPadOS 27, macOS 27 “Golden Gate” e gli aggiornamenti gemelli per watchOS, visionOS e tvOS. Parte in inglese e sui dispositivi più recenti. Fuori la Cina, per le sue regole. Fuori l’Unione Europea, ma con una crudeltà geografica precisa: niente Siri AI su iPhone e iPad, mentre su macOS 27 e visionOS 27 gli utenti europei l’avranno lo stesso. Il blocco colpisce esattamente le due piattaforme dove lo status di gatekeeper di Apple pesa di più; non un caso, un messaggio.
Siri AI non arriva in Europa, non per ora, la versione di Apple è “è colpa del Digital Markets Act”. L’azienda dice di aver progettato un intermediario chiamato “Trusted System Agent” e di aver proposto un rilascio graduale su diciotto mesi, e di essersi vista respingere ogni proposta; Craig Federighi si è detto profondamente deluso, la nota per latro è pubblica, la trovate nella comunicazione ufficiale di Apple sul ritardo in UE.
Bruxelles racconta l’opposto: il portavoce per il digitale Thomas Regnier ha messo la responsabilità interamente su Cupertino: nulla nel DMA vieta ad Apple di lanciare nuovi prodotti in Europa, è Apple a non essere riuscita a costruire soluzioni di interoperabilità all’altezza degli standard europei di privacy e sicurezza, e invece di cercarne una conforme ha chiesto un’esenzione dagli obblighi. Esenzione impossibile, ha spiegato Regnier, perché avrebbe privilegiato la Siri di Apple, mossa da Google, sui dispositivi Apple, negando agli altri agenti la stessa possibilità di essere scelti. Lo scontro non è sulla privacy, è sull’accesso paritario; lo stesso nodo che la Commissione contesta a Google dentro Android. Due gatekeeper, lo stesso terreno: chi tiene la chiave dell’infrastruttura su cui gireranno le nostre giornate.
I pro di Siri AI sono concreti e arrivano dopo anni di immobilismo: un assistente che finalmente conversa, ricorda il contesto, agisce dentro le app, incastonato in un ecosistema che nessun rivale replica con la stessa naturalezza; e la scelta di usare il miglior modello sul mercato invece di aspettare un proprio modello acerbo accorcia i tempi senza far uscire i dati dal perimetro di Apple. Nel breve, regge.
I contro stanno tutti sotto… Apple lega il cuore del suo prodotto a un concorrente diretto, e si espone a una dipendenza che è insieme competitiva, reputazionale e geopolitica; incassa da Google per la ricerca e paga Google per l’intelligenza, in un abbraccio che nessuna delle due aziende ha interesse a sciogliere; crea un’Europa di serie B, esclusa proprio dove l’iPhone vive; e lascia sul tavolo il dubbio più scomodo, quello che nasce dal bake-off, che agli utenti non sia toccata la mente migliore ma la più economica.
Mark Gurman di Bloomberg, che ha anticipato l’accordo, frena gli entusiasmi: nessuna garanzia che gli utenti la adottino, né che basti a sanare anni di danni al marchio Siri. John Gruber, su Daring Fireball, difende la mossa pur chiamandola per quello che è, l’unica strada percorribile “anche se imbarazzante nel breve”. Ben Thompson, su Stratechery, mette a fuoco la trappola: prendere Gemini in white-label dà vantaggi subito e un rischio strutturale dopo, perché la dipendenza dal modello altrui diventa permanente; la sua analisi è su Stratechery. C’è poi il dettaglio che svela il pubblico vero di questa Siri: la dipendenza da Gemini è stata fatta filtrare prima agli investitori, nel salotto televisivo di Jim Cramer, e solo dopo ai clienti.
L’articolo Siri AI: come funziona la nuova Siri di Apple che pensa con Google, e perché in Europa non arriva è un contenuto originale di Digitalic.
Il “FER X a regime” punta a sbloccare nuova capacità rinnovabile riducendo l’incertezza per gli investitori. La stessa logica guida lo strumento pubblico pensato per far crescere gli accumuli elettrici (Macse)
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A The Big Interview lo chief AI scientist di DeepL racconta le prossime sfide: dalla traduzione vocale all’AI agentica, passando per l’apprendimento continuo e il ruolo dell’Europa nella corsa globale verso l’intelligenza artificiale